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Ipnosi e Sistemi di Controllo e Supervisione dell’Attenzione. 01/11/2010
Il Dott. Emanuele Mazzone¨ pubblica una serie di articoli mensili in cui vengono descritte le interazioni, anatomiche e funzionali, di circuiti neurali, differenti ed integrati, che presiedono alla funzionalità delle strutture cognitive di controllo dei processi attentivi nella fenomenologia dell’ipnosi. Al termine dei paragrafi si propone un’ampia bibliografia per chi fosse interessato ad approfondire gli argomenti esposti.


Riassunto: aree corticali frontali e prefrontali svolgono un ruolo primario nella regolazione dei processi attentivi, prerequisiti ad attività cognitive e comportamentali quali l’apprendimento, la memoria, l’astrazione, il giudizio, la previsione e la progettazione. In ipnosi, si rileva l’alterazione globale dell’attività corticale, associata alla variazione funzionale dei sistemi di controllo e di supervisione dell’attenzione, indicatori di maggiore flessibilità cognitiva, con conseguente restringimento del campo di realtà e modificazione dello stato di coscienza.
Nei paragrafi seguenti, ovvero:
Introduzione a) Il Ruolo dell’Attenzione nell’Ipnosi; b) Attenzione, Coscienza e Dissociazione; c) Flessibilità Cognitiva e Ipnosi; d) Supervisione e Controllo dei Meccanismi Attentivi; e) Funzioni Esecutive ed Ipnosi; f) Interazioni Anatomo - Fisiologiche; g) Possibili Implicazioni per la Clinica; Conclusioni,


Introduzione

Si definisce l’attenzione come uno stato di percezione intensa, diretta verso sezioni dello spazio percettivo, oggetti, persone o eventi e verso determinati caratteri degli oggetti e canali percettivi (Schönpflug, 1992). Questa definizione ricorda quella proposta, circa un secolo fa, da William James, ovvero: “ognuno sa cosa è l’attenzione. E’ il prendere possesso da parte della mente in forma chiara e vivida di un elemento tra i molti che si presentano in modo simultaneo, che siano oggetti o pensieri” (Posner e DiGirolamo, 2000).
L’ipnosi è definibile come uno stato di estrema concentrazione ed attenzione focalizzata, a cui si associano delle modificazioni a livello del sistema nervoso centrale e periferico. Utilizzando le parole di M. H. Erickson, l’ipnosi è un “modificato stato di coscienza altamente motivato e diretto a sviluppare risorse potenziali dell’individuo attraverso un attivo apprendimento inconscio, in ciò facilitato da un restringimento selettivo del campo di coscienza” (De Benedittis, 2006).
Il rapporto tra coscienza e attenzione è stato al centro del dibattito scientifico nella storia della psicologia e attualmente attenzione e ipnosi sono tra gli argomenti trattati dalla neuropsicologia, dalla psicofisiologia e dalla neurofisiologia.
Nell’induzione dello stato di trance, le istruzioni fornite al soggetto per ottenere la focalizzazione dell’attenzione e la concentrazione sulle parole dell’ipnotista, comportano un processo di orientamento, selezione e focalizzazione dell’attenzione, con conseguente fissazione e restringimento del focus attentivo. Questi processi sono mediati fisiologicamente dai circuiti neurali talamo-corticali e parieto-frontali, lateralizzati principalmente nell’emisfero sinistro. Ad un livello successivo, corrispondente alla chiusura degli occhi e al rilassamento, si riscontra la diminuzione dell’attivazione dei circuiti neurali fronto-limbici, con conseguente riduzione della valutazione critica e dell’esame di realtà, compatibile con la momentanea dissociazione delle funzioni esecutive. All’ultimo livello avviene la costruzione della “realtà ipnotica”, che corrisponde fisiologicamente ad una maggiore attivazione delle strutture corticali posteriori di specificità emisferica prevalentemente destra (Gruzelier, 1998). Tale processo fisiologico ricalca la dinamica del processo ipnotico ericksoniano, ovvero, fissazione dell’attenzione, depotenziamento degli schemi abituali di riferimento, ricerca inconscia, processo inconscio, creazione di nuove associazioni e risposta ipnotica (Erickson et al, 1979).


La Psoriasi: malattia psicosomatica? l'ipnositerapia applicata. Approfondimenti del dr.Salvatore Piedepalumbo 12/07/2010 12/07/2010
1 La Psoriasi

1 Note storiche
2 Definizione clinica
3 Epidemiologia
3.1 Epidemiologia Descrittiva
3.1a Fattori etnici
3.1b Età di insorgenza
3.2 Epidemiologia analitica
3.2a Psoriasi e fumo
3.2b Psoriasi e alcol
4 Modulatori di espressività
5:Prognosi
6 Eziologia e patogenesi
7 Sistema HLA e psoriasi
8 Fattori scatenanti e perpetuanti
8.1 Il fenomeno di köbner
8.2Infezioni
8.3 Farmaci
8.4 Fattori endocrini e metabolici
8.5 Stress- Fattori psicosomatici
9 Terapia
9.1 Terapia farmacologia topica
9.1a Farmaci galenici
9.1b Corticosteroidi
9.1c Analoghi della vit.D
10 Sorgenti di radiazioni UV
10.1 Fototerapia con U V B
10.2 Fotochemioterapia con psoraleni
10.3 Elioterapia
11 Acque termali
12 Laserterapia
2 Dermatologia e psicosomatica
2.1Note storiche
2.2 L’universo tattile e cutaneo
2.3 La pelle: da un punto di vista biologico e psicologico
2.4 Funzioni paradossali della pelle
2.5 Il tatto e il contatto:le diverse scuole di psicoterapia
2.6. La pelle come mezzo di comunicazione
2.7. La voce della pelle
2.8. Patogenesi psicosomatica della psoriasi
2.9. L’ipnosi nella terapia della psoriasi
___________________________________________

1 La Psoriasi

1 Note storiche
Può meravigliare che il termine con cui viene indicata una delle più note affezioni cutanee, la psoriasi, pressoché uguale in tutte le lingue abbia nella sua origine etimologica e nella sua sto¬ria molti punti oscuri. Eppure era noto fin dai tempi più antichi, ma con significati diversi, il misterioso lemma psora, da cui il termine sicuramente deriva. Mentre nei noti papiri egizi (di Smith, Ebers, Hearst, circa 2000 anni a.C.) certe descrizioni di lesioni squamose del cuoio capelluto fanno già sospettare la psoriasi (perfino una sebo-psoriasi ante-litteram), è solo con Ippocrate (seconda metà del V secolo - inizi del IV secolo a.C.) che si vede comparire negli scritti la parola psora, insie¬me alla parola lepra, per indicare varie lesioni, squamose e anche simil-psoriasiche, termini ben pre¬sto ugualmente usati per altre affezioni, anche "contagiose", quali la "scabbia" e la "rogna". A differenza di quella egizia, per la medicina ippocratica (all'interno dei sessanta testi postumi del Corpus Hippocraticum) che cercava le cause dei mali, le eruzioni cutanee erano verosimilmente "de¬positi benefici" di stati morbosi generali e interni.
Psora sembra scomparire per secoli negli scritti latini. Per esempio, il termine non si ritrova nel gran¬de Aulo Cornelio Celso (25-30 a.C. - 45-50 d.C.) medicorum Cicero (ma, per alcuni detrattori, tradut¬tore dei greci Tiberio Claudio Menecrate, medico di Tiberio, e di Tito Anfidio Siculo) e autore del De Re Medica, libri octo: nel V e IV libro sono descritte le affezioni cutanee: la futura psoriasi (e la stes¬sa psora) è forse celata nel termine porrigine (vicino a "tinea") che comprendeva lesioni desquama¬tive del capillizio senza interessamento del capello stesso. Alibert, la porrà fra le derma¬tosi tignose ("tigna degli italiani") sottolineando che nella bassa latinità era equivalente di sporcizia: "est enim haec affectio potius turpitudo quam morbus"(Infatti questa condizione è una turpitudine piuttosto che una malattia) . Celso è riscoperto e rilanciato nel Rinasci¬mento e il suo testo viene stampato, il primo libro di medicina, con i caratteri di Gutenberg. Psora, o i suoi derivati [che pure appare con i riferiti significati nel vocabolario Willis' Rem. Med Wks (1681) come "scabbado, or scabbines with pustules" e in altre pubblicazioni del 1803, 1895, 1899 (vedi Oxford Engl Dictionary)] non è usata nelle classificazioni dei grandi dermatologi Joseph Plenck (1738-1807), Vincenzio Chiarugi (1759-1820), e infine Jean Louis Alibert (1768-1837) che gli preferi¬sce il termine herpes, in particolare le due varietà forforaceo e squamoso. Infatti, nell'elenco dei nu¬merosi sinonimi dell'erpete che il termine psoriasi (inserito dal traduttore Levi?),è fra i sinonimi del capitolo rogna-scabies.
Psoriasi, così come altri termini classici (e le stesse lesioni elementari dermatologiche, come le chiamò più tardi Thomas Bateman), furono usati e precisati nel libro On Cutaneous Diseases (1808) dall'inglese Robert Willan (1757-1812). L'idea di una psora (psoriasi) contagiosa (scabbia ma soprat¬tutto lebbra) fu dura a morire. Lo stesso Erasmus Wilson (1809-1884) continuava a credere che ci fos¬sero due psoriasi, una delle quali leprosa se si racconta che il grande viennese Ferdinand Hebra (1816-1880) approfittò di essere a Londra per il Congresso Internazionale del 1862 per andare a tro¬varlo nel suo studio di Cavendish Square e convincerlo che la psoriasi era una sola, con tante varietà ma nessuna leprosa. E proprio la scuola di Vienna fu la più attiva nello studio di questa malattia a cominciare dal maestro, Hebra, nel suo Hautkrankheiten (1860) per continuare con Heinrich Auspitz (1835-1886) e Isidor Neumann (1832-1906) per l'istologia (e qui il contributo di Paul Gerson Unna, 1850-1929, fu determinante). Infine è da ricordare Heinrich Köbner di Breslau che a una riunione della Società medica di questa città presentò, il 3 maggio 1872, una relazione dal titolo molto pro¬mettente, "Eziologia della psoriasi": in un paziente alcune chiazze psoriasiche tipiche erano sorte su escoriazioni traumatiche provocate dal cavalcare, poi dagli esiti di una linfoadenite, poi dal morso di un cavallo e, infine, da un tatuaggio. La vulnerabilità al trauma dello psoriasico "latente" era verosi¬milmente collegata - supponeva il presentatore - all'innervazione cutanea. II "fenomeno di Köbner" poteva essere osservato anche in altre affezioni cutanee, come il Lichen planus. Uno spunto di der¬matologia psicosomatica (il termine era già stato proposto da Heinroth nel 1818) di tipo psiconeurologico (inmuno-endocrino) veramente pionieristico!

2 Definizione clinica
Con il termine Psoriasi si definisce un complesso spettro di espressioni cliniche infiammato¬rie e iperproliferative a predisposizione genetica, caratteristicamente ma non necessaria¬mente coinvolgenti la cute con lesioni eritemato-squamose di durata variabile (per lo più cronica) e andamento imprevedibile,per lo più recidivante ( Torello M. Lotti 1999).
Le manifestazioni cliniche della psoriasi sono molto variabili al punto da distinguere una forma follicola¬re o puntata, guttata, nummulare, a grandi chiazze, rupioide, elefantina, pustolosa localizzata (cronica palmo-plantare, acuta palmo-plantare, acrodermatite continua e forme extra-acrali localizzate della pso¬riasi pustolosa generalizzata), pustolosa generalizzata (acuta, circinata e anulare, infantile e giovanile, premestruale e gravidica), instabile, eritrodermica, artropatica (similreumatoide-simmetrica, simil-reuma¬tica mono-oligo artritica, interfalangea, mutilante delle mani e dei piedi, assiale spondilitica-sacroileitica, temporomandibolare, cervicale simil-reumatoide, sternale).
Le lesioni artropatiche sono riscontrabili nel 6-34% dei pazienti psoriasici. In questi, nel 65% dei casi le manifestazioni cutanee precedono i segni e i sintomi articolari, nel 19% li seguono e nel 16% am¬bedue le condizioni compaiono pressoché contemporaneamente.
Infine, a complicare ulteriormente la definizione clinica della psoriasi, si distinguono forme caratteristiche di alcune aree anatomiche. Esse comprendono:

•psoriasi inversa o delle pieghe a margini ben definiti, di aspetto "verniciato" (talora interpretabili come reazione isomorfa da infezioni batteriche o fungine o da dermatite seborroica);

•Sebopsoriasi (talora indistinguibile dalla dermatite seborroica che colpisce le aree "seborroiche" e l'area genitale nell'infanzia );
• Psoriasi del pene (di solito sul glande, sulla lamina interna del prepuzio, in chiazza unica, poco o non desquamante);
• Psoriasi del cuoio capelluto (che a sua volta comprende quadri diversi a pseudo-tigna amiantacea, placche occipitali o con coinvolgimento diffuso del cuoio capelluto);

• Psoriasi palmo-plantare (spesso ragadizzata, senza vescicolazione o evidenti pustole, con margini ben definiti a livello del polso);

• Psoriasi ungueale (presente nel 25-50% dei casi, con onicolisi, depressioni lineari trasversali, de¬pressioni puntiformi a "ditale di sarta", alterazioni del colore a tipo "macchia d'olio" o biancastre, con microemorragie e pressoché costante ipercheratosi subungueale);

• Psoriasi lineare (in genere, ma non sempre, collegabile a fenomeno di Köbner e quindi dipenden¬te da traumi, herpes zoster, nevo verrucoso epidermico);

• Psoriasi delle mucose (più spesso osservabile in caso di manifestazioni pustolose o eritrodermiche, con placche per lo più bianco-grigiastre o anulari della lingua, del palato, della mucosa buccale);

• Psoriasi oculare (con blefarite, congiuntivite, cheratite, sinblefarite, trichiasi e uveite cronica, specie nei pazienti con artropatia psoriasica).

È evidente, a fronte di questo ampio e diversificato spettro di manifestazioni, una notevole difficoltà a definire clinicamente la psoriasi. Pertanto, specie al fine di un'utile valutazione prognostica e di op¬portune scelte terapeutiche, si tende a proporre una definizione clinica comprendente cinque forme principali:


● psoriasi guttata (specie infantile/adolescenziale, postinfettiva, eruttiva, pruriginosa);
● psoriasi cronica in chiazze (evidente in quasi il 90% dei casi, con chiazze stabili a livello dei piedi, del glande, del sacro, o delle regioni estensorie dei gomiti e delle ginocchia, o a livello del cuoio ca¬pelluto. Questa forma di regola risparmia il volto);
●psoriasi pustolosa (nelle due forme: generalizzata a esordio spesso febbrile e frequentemente evi¬dente in gravidanza, dopo interruzione di terapia corticosteroidea, in condizioni di ipocalcemia o lo¬calizzata, da distinguere dalla cosiddetta "psoriasi con pustolazione", in cui l'effetto irritante di alcuni trattamenti - antralina, UVB - può rendere clinicamente evidenti le "pustole" istologicamente presen¬ti nell'epidermide psoriasica);
● psoriasi eritrodermica (grave, con ipo-ipertermia, squilibrio idroelettrolitico, insufficienza renale e cardiovascolare acuta, a decorso variabile, talora collegata all'uso di terapie irritanti - antralina, foto¬chemioterapia - o alla repentina discontinuazione dei corticosteroidi spesso impropriamente prescrit¬ti per via generale);
• psoriasi artropatica, con le diverse forme sopra descritte.
A queste diverse espressioni cliniche sembrano corrispondere, almeno in parte, specifiche alterazioni ge¬netiche che potrebbero permettere di enucleare sindromi diverse in un futuro molto prossimo, meccani¬smi patogenetici qualitativamente o quantitativamente diversi e, infine, approcci terapeutici differenziati.


3 Epidemiologia

A seguito dell'elevata prevalenza della psoriasi nella popolazione generale (la percentuale de¬gli individui affetti, in un dato momento, da una qualche forma clinica di questa malattia è stimata intorno al 2-3%), la sua gestione in termini di costi sanitari e sociali risulta di grande rilevanza per la collettività (2,5 miliardi di dollari spesi negli Stati Uniti nel 1993 per il trattamento ambulatoriale dei pazienti psoriasici)1.Attraverso l'epidemiologia descrittiva è possibile studiare la distribuzione della malattia nella popola¬zione in funzione del sesso, dell'età, della razza ecc., mentre l'epidemiologia analitica ci consente - con studi opportunamente disegnati - di indagarne l'eziologia, evidenziando i fattori di rischio correlati alla sua insorgenza

Epidemiologia descrittiva: Fattori etnici- In linea generale, la psoriasi risulta essere meno frequente nelle popolazioni che vivono nelle aree tropicali e subtropicali rispetto a quelle che risiedono alle latitudini più temperate. Le carat¬teristiche genetiche legate alla razza giocano probabilmente un ruolo fondamentale nel determi¬nare tali differenze. La razza bianca risulta più colpita, mentre lo sono meno quella orientale e, in particolare, la razza nera. Nei diversi studi, la prevalenza della psoriasi varia da zero (cioè nessun caso di soggetti affetti riscontrato nel campione esaminato) negli indios dell'America latina e del¬le isole Samoa, allo 0,3% nella popolazione cinese di Hong Kong, allo 0,6% nei lapponi norvege¬si, all'1,4-2,9% riscontrato in diverse popolazioni di razza bianca del Nord Europa e Stati Uniti.

Età di insorgenza:Pur potendo insorgere in qualunque età, la malattia raramente si manifesta prima della pubertà. In uno studio eseguito nella popolazione tedesca, sono stati riscontrati due picchi di insorgen¬za. uno precoce (16-22 anni) e uno tardivo (57-60 anni)3.I soggetti con familiarità per psoriasi mostrano la tendenza a un più precoce esordio della malattia. Inoltre, il rischio di sviluppare la psoriasi nel corso della vita risulta circa 3 volte maggiore nei di¬scendenti di soggetti affetti precocemente da questa malattia rispetto ai discendenti di coloro che l'a¬vevano sviluppato dopo i 30 anni4. L'esordio precoce della psoriasi si accompagna anche a una mag¬giore gravità delle manifestazioni, sia come percentuale di superficie cutanea interessata sia come ri¬sposta ai trattamenti. Sono state osservate alcune differenze nei due sessi, risultando più precoce l'insorgenza nel sesso femminile (picco giovanile di insorgenza fra 5 e 9 anni) che in quello maschile (picco giovanile di in¬sorgenza fra 15 e 19 anni). La prevalenza della malattia nei due sessi nell'età adulta risulta invece so¬vrapponibile.I dati sopra citati si riferiscono alla prevalenza della psoriasi nella popolazione, e derivano da studi in cui un campione della popolazione è stato esaminato al fine di evidenziare i soggetti af¬fetti dalla malattia. In maniera retrospettiva anamnestica sono state poi ottenute informazioni riferi¬te dallo stesso soggetto, riguardo all'epoca di comparsa della malattia o - più correttamente - all'e¬poca della prima diagnosi. Scarsi sono invece i dati di incidenza riferiti alla popolazione. cioè la sti¬ma dei nuovi casi di psoriasi che insorgono in una determinata popolazione ogni anno. Uno studio effettuato nella città di Rochester, Minnesota (Usa), attraverso una revisione della diagnosi di psoria¬si eseguita nel periodo 1980-83 dai medici della Mayo Clinic, a cui si rivolge pressoché l'intera popo¬lazione residente in quell'area, ha mostrato un tasso di incidenza di 57,6 per 100.000 residenti (ma¬schi: 54,4 x 100.000; femmine: 60,2 x 100.000). Sulla base di tali dati, negli Stati Uniti si avrebbero cir¬ca 150.000 nuovi casi di psoriasi ogni anno. Anche se questo studio è stato eseguito limitando le possibili distorsioni dovute a problemi diagnostici (esclusione dei casi definiti come sebopsoriasi. dermatiti psoriasiformi e di quelli non adeguatamente caratterizzati dal punto di vista clinico al mo¬mento della compilazione della scheda). la stima fornita è soltanto un'approssimazione della reale incidenza della psoriasi in quanto, basandosi su diagnosi mediche, e quindi su soggetti pervenuti al filtro sanitario, non sono stati inclusi i casi più lievi per i quali il paziente non era ricorso alle cure mediche5.Uno studio descrittivo eseguito in Italia dall'Associazione Italiana per lo Studio della Psoriasi (AISP) reclutando, nella maggior parte dei centri dermatologici italiani, i primi 10 casi giunti all'osservazione ogni mese in ciascun centro fornisce i seguenti dati: su 7992 pazienti, 1'80% presentava una psoriasi volgare, segni associati di artropatia erano stati riscontrati nel 4,7%, il 64% riferiva la presenza di un altro caso di psoriasi tra i consanguinei.

Epidemiologia analitica:
L'epidemiologia non rappresenta soltanto lo studio della distribuzione di una malattia nella popola¬zione, ma costituisce anche uno strumento semplice e diretto per indagare le cause di quella malat¬tia. Se identifichiamo le possibili cause, apriamo la strada alla prevenzione primaria della malattia, senz'altro preferibile al trattamento, spesso purtroppo temporaneo e sintomatico, dei soggetti affetti. Nel caso della psoriasi, malattia infiammatoria cronica nella cui insorgenza giocano un ruolo impor¬tante fattori di ordine genetico, il ruolo di variabili esterne - che potremo definire ambientali o com¬portamentali. Nell'insorgenza del quadro morboso è stato recentemente indagato da alcuni studi epidemiologici analitici a tipo caso-controllo. In sintesi, la procedura dello studio caso-controllo per¬mette di confrontare una serie di variabili che costituiscono i presunti fatto¬ri di rischio che vogliamo analizzare - un gruppo di individui affetti dalla malattia (casi) con un grup¬po di individui non affetti (controlli). Nella umetà degli anni Ottanta, O'Doherty segnalò un'associazione fra abitudine al fumo e
pustolosi - palmo-plantare, da alcuni considerata una variante clinica della psoriasi. Qualche anno dopo, Mills e coll, eseguirono uno studio caso-controllo finalizzato a indagare l'eventuale ruolo del fumo di sigaret¬ta come fattore di rischio per la psoriasi, includendo nello studio casi sia di psoriasi pustolosa palma¬re sia di psoriasi volgare. Questo studio ha mostrato l'esistenza di una netta associazione fra abitudine al fumo di sigaretta e psoriasi . In effetti chi fu¬ma ha più del doppio della probabilità di essere affetto da psoriasi rispetto a chi non fuma. Per inda¬gare se l'abitudine al fumo costituisce un fattore di rischio per lo sviluppo della psoriasi e non soltan¬to un'abitudine che poti-ebbe essere contratta dopo l'insorgenza della malattia, l'analisi fu ripetuta in¬dagando l'abitudine al fumo dei casi e dei controlli prima della data di esordio della malattia. Anche in questo caso fu riscontrata un'associazione statisticamente significativa .Tale as¬sociazione fu evidenziata anche per il gruppo di soggetti che presentavano la forma "volgare" a plac¬che. cioè dopo esclusione dei pazienti con psoriasi pustolosa6. Inoltre, è interessante notare che è sta¬ta evidenziata un'associazione dose-risposta fra numero di sigarette fumate e rischio di psoriasi (mag¬giore è il numero di sigarette, più forte è l'associazione con la malattia). In uno studio eseguito nel 1991 da Lindelof sul rischio di tumori nei soggetti sottoposti a PUVA, fu riscontrata un aumentata inci¬denza di tumori dell'apparato respiratorio . A seguito del fatto che i soggetti psoriasici costituiscono la maggioranza dei pazienti sottoposti a PUVA, l'osservazione della maggiore prevalenza di soggetti fu¬matori (ad aumentato rischio per i tumori dell'apparato respiratorio) fra gli psoriasici potrebbe spiega¬re questa associazione.Questi risultati sono stati in parte confermati da uno studio caso-controllo eseguito in Italia da Naldi e coll., in cui sono stati reclutati come casi 215 soggetti affetti da psoriasi da non più di due anni e come controlli una serie di pazienti dermatologici non psoriasici (n. 267). Da queste ricerche, sono risultati fattori di rischio statisticamente significativi per la malattia: la fa¬miliarità per psoriasi e lo stato di fumatore. In paricolare il rischio di sviluppare la psoriasi era au¬mentato di 18 volte per i soggetti con genitori affetti dalla malattia , men¬tre il rischio associato al fumo risultava di 2,1 volte per chi fumava più di 15 sigarette al giorno ri¬spetto ai non fumatori . Il ruolo dell'assunzione di alcool sul rischio di psoriasi è an¬cora oggetto di discussione; sebbene alcuni studi mostrino che la psoriasi è più frequente fra i bevi¬tori, altri studi non hanno riscontrato alcuna associazione statisticamente significativa fra le due con¬dizioni. Tuttavia, è noto che il consumo di alcol e il fumo sono abitudini associate, ed è pertanto possibile un effetto di confondimento esercitato dal fumo nella presunta relazione eziologica fra con¬sumo di alcol e rischio di psoriasi. Infatti, nello studio di Naldi e coll, l'associazione fra consumo di alcol e rischio di psoriasi evidenziata in fase preliminare (analisi univariata) non è stata poi confer¬mata dopo aggiustamento per lo stato di Fumatore8. Fra i potenziali fattori di rischio per la psoriasi è stata considerata anche la dieta, e in particolare il consumo di caffè, i livelli sierici di vitamina A e il consumo di olio di pesce. Tuttavia, i risultati di stu¬di controllati non hanno mostrato alcuna associazione statisticamente significativa fra tali variabili e la psoriasi.Per quello che riguarda la storia naturale della malattia, è noto che la psoriasi è ad andamento croni¬co, con possibili peggioramenti ma anche con remissioni spontanee. Uno studio recentissimo (non controllato) ha valutato - mediante questionario - il ruolo dei fattori esterni nel modulare l'espressi¬vità clinica della malattia, inclusi i peggioramenti e le remissioni. La maggioranza dei pazienti ha ri¬ferito come fattori associati a un miglioramento clinico l'estate; l’esposizione al sole, la gravidanza, mentre sono stati considerati fattori aggravanti i mesi invernali e gli stress psicologici9. Un altro argomento di grande interesse è quello della variazione nel tempo della tipologia clinica di espressione della psoriasi, in particolare per quello che riguarda la psoriasi guttata, frequente moda¬lità di esordio acuto della malattia in individui predisposti a seguito di fattori scatenanti quali un'infe¬zione streptococcica. Secondo una recente segnalazione di Martin e coll., che hanno seguito per cir¬ca 10 anni un gruppo di 15 pazienti che avevano presentato - come prima manifestazione della pso¬riasi - un episodio acuto di psoriasi Guttata, in 10 di essi dopo la guarigione di quell'episodio non erano insorte altre manifestazioni psoriasiche nei 10 anni successivi, mentre nei rimanenti 5 soggetti si era sviluppata una forma di psoriasi volgare. Pertanto, secondo questo strudio, la probabilità di svi¬luppare una psoriasi volgare dopo un episodio di psoriasi guttata è del 33% .10

Prognosi
Più complesso è lo stu¬dio epidemiologico della du¬rata e prognosi di una malattia complessa e multiforme come la psoriasi, per la difficoltà di rac¬cogliere un campione sufficien¬temente ampio e seguirlo per un tempo sufficientemente lungo. Al momento non esiste nessuno studio che corrisponda a queste caratteristiche. La psoriasi sem¬bra essere una malattia cer¬tamente con una componente genetica, in cui molti fattori extra¬genetici intervengono su un decorso abitualmente progres¬sivo11. Le remissioni, spesso spontanee, avvengono con fre¬quenza estremamente variabile (17-55%) e sono influenzate da fattori stagionali, climatici, ambientali e psicologici. Le in¬terferenze di altre patologie e l'assunzione/sospensione di te¬rapie per queste patologie rap¬presentano dei bias difficilmente monitorabili. La modifica dello stile di vita, l'inserimento di abi¬tudini non farmacologiche quali l'idratazione, l'uso di detergenti meno irritanti, l'evitare situazioni e abitudini che il singolo paziente psoriasico individua, rappresen¬tano tutti dei fattori difficilmente valutabili in studi di lunga durata, anche correttamente progettati.


Rischio di sviluppare la psoriasi per il singolo soggetto

MEMBRO DELLA FAMIGLIA AFFETTO DA PSORIASI PERCENTUALE DI RISCHIO PER IL SINGOLO SOGGETTO
Ambedue i genitori
50%
Un genitore (fratelli o sorelle sani) 10%
Nessun genitore (un fratello o sorella affetto/a) 7%
Un genitore e un fratello o sorella 10%
Nessun genitore e due fratelli o sorelle 16%
Parente di secondo grado 4%
Parente di terzo grado 1%
Le alterazioni biologiche tipiche della psoriasi consistono nell'iperprolife¬razione epidermica, associata ad accelerata e incompleta differenziazione dei cheratinociti, a infil¬trato di leucociti neutrofili e linfociti T CD3+CD8+ nell'epidermide, con prevalente linfociti T CD3+CD4+ nel derma. Nella lesione psoriasica si osserva l’attivazione di quattro popolazioni cellulari: l'endotelio, il linfoci¬ta, il granulociti neutrofilo e il cheratinocita. L'infiltrato linfomonocitario precede la proliferazione epidermica a cui seguirebbe l’attivazione endoteliale dovuta al rilascio di citochine ad azione specifi¬ca sull'endotelio.
Il trapianto di cute del paziente psoriasico di tipo sia lesionale sia clinicamente normale in topi nudi atimici ha dimostrato che l'aumentata sintesi di DNA persiste in ambedue le aree di trapianto. Tale anomalia è da ritenere pertanto caratteristica dell'epitelio psoriasico, anche se clinicamente indenne.2/A
L’ eziologia della psoriasi anche se ancora sconosciuta, sembra sia chiaro ormai che la tendenza a sviluppare tale patologia abbia come causa principale la predisposizione genetica. Molti fat¬tori sono implicati nella sua comparsa, fra cui quelli ambientali, traumatici, infettivi, psicologi¬ci e anche quelli riguardanti lo stile di vita (.come per esempio l'assunzione di alcolici e/o l’ abitudine al fumo). La predisposizione genetica alla psoriasi è stata rilevata dagli studi epidemiologici effettua¬ti negli ultimi sessant'anni, studi condotti su coppie di gemelli mostrano una maggiore concordanza della malattia nei monozigoti rispetto agli eterozigoti: l'indice di ereditarietà per i gemelli monozigo¬ti varia dal 91% (relativo a uno studio condotto sulla popolazione danese)1 al l'80% (stimato su quel¬la australiana)2. Questa differenza fra i dati sembra dovuta alla maggiore età dei gemelli danesi e quindi a una più probabile comparsa della malattia con l’ aumentare dell'età; il fatto che non in tutte le coppie monozigotiche si verifichi la comparsa della malattia in entrambi i gemelli conferma l'im¬portanza e la necessità di fattori scatenanti per l'insorgenza della patologia. Un notevole contributo per la comprensione dei meccanismi ereditari implicati nella psoriasi è stato apportato dalle ricerche condotte da Lonaholt3 sulla popolazione delle isole Faroe e da Hellgren4 su quella Svedese: ambedue questi studi rilevano una maggiore incidenza della psoriasi in pazienti con anamnesi familiare positiva rispetto alla popolazione generale. I primi studi condotti sugli alberi genealogici di singole famiglie5 hanno proposto come modello di ereditarietà quello di un singolo gene autosomico dominante con una penetranza del 60%, ottenuta dalla percentuale di genitori sani con figli affetti da psoriasi. Tuttavia Watson e colla.6 osservarono che il numero di figli psoriasici da genitori non affetti era troppo alto per essere spiegato da un singolo gene autosomico dominante anche se a penetranza incompleta; essi proposero il modello di eredita¬rietà multifattoriale secondo il quale per l'insorgenza della psoriasi era necessaria la presenza sia di più fattori genici, sia di eventi scatenanti; il loro studio indicava che l'incidenza della psoriasi in figli di genitori entrambi affetti dalla malattia era pari al 50%, mentre scendeva al 16,4% quando un solo genitore ne era affetto e al 7.8% se entrambi i genitori non mostravano alterazioni psoriasiche. Più recentemente Iselius e Williams7 revisionando in maniera più critica i dati raccolti da Lomholt, hanno suggerito l’ ipotesi che la psoriasi possa essere una patologia eterogenea dal punto di vista ge¬netico, in quanto per alcune famiglie il meccanismo di ereditarietà sembra essere monogenico, per altre multifattoriale; questi risultati contraddittori possono essere dovuti alla diversità delle popola¬zioni prese in esame e anche al fatto che lo studio degli alberi genealogici di singole famiglie non sempre fornisce valutazioni oggettive sulle modalità di trasmissione ereditaria. Dalle ricerche com¬piute emerge quindi un quadro estremamente complesso: il modello di ereditarietà poligenico o i1 multifattoriale sembra quello maggiormente accettato, anche se recenti studi epidemiologici condotti in Svezia dimostrano come l'ereditarietà di questa patologia possa essere spiegata da un modello au¬tosomico recessivo8. La natura dei geni coinvolti non è ancora chiarita benché venga ipotizzato che l'anomalia genetica influenzi la regolazione e il differenziamento cellulare attraverso alterazioni mo¬lecolari oppure possa essere la causa dell'alterata risposta inmunologica presente nella psoriasi.Un ulteriore contributo all'eziopatogenesi della psoriasi è stato fornito dagli studi provanti il fenome¬no del "genomic imprinting", cioè dell'influenza del sesso di un genitore sull'espressione di un gene trasmesso9; questi dati riguardanti i figli di genitori affetti da psoriasi dimostrano una penetranza del¬la malattia statisticamente maggiore in quelle coppie in cui il padre risulta psoriasico.
Sistema HLA e associazione con la psoriasi
Negli ultimi vent'anni è stata ben documentata l'associazione fra psoriasi e specifici antigeni del complesso maggiore di istocompatibilità di classe I e di classe II situati sul cromosoma 6, evidenziando fortemente quanto il meccanismo immune possa essere importante nella patogenesi della malattia e come tali antigeni possano essere considerati marker genetici per questa patologia. Questa relazione è stata stabilita da studi epidemiologici condotti su pazienti con psoriasi e/o artropatia psoriasica. Gli antigeni del complesso maggiore di classe I -B13, -B17. -B37, -B39, -Cw-6 e l'antigene di classe II -DR7 e -DR4 presentano una maggiore frequenza in pazienti psoriasici comparati alla popolazione di controllo e l'artropatia psoriasica è stata maggiormente riscontrata in individui aventi l’ HLA -B27, - B38. -B39, -DR4 e -DR7.

Fattori scatenanti e perpetuanti

Sono numerosi i fattori riconosciuti come scatenanti una recidiva o perpetuanti e/o esacerbanti la psoriasi preesistente, tuttavia, i meccanismi d'azione di tali fattori sono a tutt'oggi poco noti. È stato infatti da tempo proposto il concetto di "paziente pre-psoriasico", riferito a quel sog¬getto con predisposizione genetica a sviluppare la malattia, ma che non abbia ancora incontrato le condizioni che sono oggi ritenute in grado di slatentizzarla, quali per esempio il trauma, le infezioni, la fotoesposizione, alcuni disordini metabolici, lo stress, l'assunzione di alcolici o di alcuni farmaci.Traumi:

Il Fenomeno di Köbner

La comparsa della psoriasi in sede di trauma è un fatto ben noto, come dimostrato dal fenomeno di Köbner, o reazione isomorfa: si tratta della comparsa di una lesione psoriasica su cute apparentemente sana a seguito di insulti di origine traumatica, per lo più in un soggetto con psoriasi in fase attiva o non in trattamento. L’originale intuizione del fenomeno dell'isomorfismo reattivo si deve a Heinrich Köbner, famo¬so dermatologo tedesco del XIX secolo. Egli pubblicò nel 1876 il caso singolare di un pazien¬te che aveva sviluppato tipiche lesioni psoriasiche in aree cutanee sottoposte a eventi trau¬matici quali escoriazioni, morso di cavallo e tatuaggi16. Kòbner non si pronunciò circa la patogenesi del fenomeno, ma si limitò semplicemente a descrivere ciò che per primo aveva notato. In suo ono¬re, ancora oggi, l'isomorfismo reattivo è noto come fenomeno di Köbner. Sono stati riconosciuti come possibili responsabili del fenomeno di Köbner vari traumi (sia naturali sia sperimentali), capaci tutti di indurre lesioni psoriasiche tipiche su cute apparentemente sana. Tra i fattori naturali compaiono anche le fotodermatiti: a questo proposito è bene notare che, mentre nella maggior parte dei pazienti psoriasici l'esposizione al sole o ai raggi ultravioletti da sorgenti artificiali ha un'azione favorevole sulla sintomatologia clinica, in una certa percentuale di soggetti (in particolare quelli con fototipo 1 e 2, fra gli anziani e le donne), la psoriasi può essere esacerbata o talora provocata dalla fotoesposizione estiva. Anche modificazioni cutanee locali, rappresentate per esempio dall'occlusione nell'area del pannolino nella psoriasi infantile, sembrano poter scatenare o slatentizzare una psoriasi preesistente. Il fenomeno di Köbner sembra avere un'incidenza compresa tra il 38 e i176% dei pazienti affetti da pso¬riasi1; la reazione isomorfa si realizza generalmente entro 1-2 settimane dall'evento traumatico ma il periodo di latenza può essere anche più breve (3 giorni) o molto più lungo (persino qualche anno).
Il fenomeno si osserva più frequentemente nei soggetti con forme attive di psoriasi, o in quelle recidivanti o a esordio giovanile, in pazienti sottoposti a numerose terapie, mentre è più raro nelle fasi di remissione della malattia o nei periodi di latenza. Non è riportata una sede preferenziale di localizzazione dell'isomorfismo reattivo: può presentarsi nelle sedi tipiche della psoriasi (cuoio capelluto, gomiti, ginocchia) o in sedi insolite per tale dermatosi, come il viso. La stagionalità del fenomeno rispecchia quella della psoriasi: maggiore incidenza nella stagione in¬vernale piuttosto che in quella estiva.

Eventi traumatici responsabili del fenomeno di Köbner ( da Boyd AS, Neldner KH).17

Traumi Dermatopatie Reazioni allergiche Cause iatrogene
Abrasione
Agopuntura
Applicazione di cerotti
Congelamento
Elettrocoagulazione
Escoriazione
Ferita da arma da fuoco
Innesto cutaneo
Manicure
Morso da animale
Puntura d’insetto
Rasatura
Sferegamento
Trauma chirurgico
Ustione termica
Dermatite erpetiforme
Deramatite irritativi e allergica
Dermatite seborroica
Follicoline
Herpes zoster
Lichen planus
Infezione perianale da corynobacterium Minitussimum
Linfangite
Micosi
Miliaria
Piodermite
Pitiriasi Rosea
Scabbia
Varicella
Vitiligine
Patch test
Vaccinazioni Radiazioni ionizzanti
Radiazioni ultraviolete


Patogenesi del fenomeno di Köbner

Il meccanismo esatto con cui si determina il fenomeno di Köbner non è ancora del tutto chiarito. Anche il fatto che occorresse un danno sia dermico sia epidermico affinché si potesse sviluppare tale fenomeno, viene messo in discussione dalla dimostrazione che esso, può essere indotto dall’insulto del solo stato epidermico (bolla di suzione)2. La lesione psoriasica si manifesta solo dopo asportazione del tetto della bolla. Nella reazione isomorfa secondaria a trauma sarebbe ipotizzabile inoltre il rilascio da parte dei che¬ratinociti degli attivatori del plasminogeno: Purochinasi e l'attivatore tissutale del plasminogeno in plasmina. Queste proteasi che fisiologicamente prendono parte-al processo di guarigione delle ferite e al rimodellamento tissutale giocano un ruolo nella crescita e nella differenziazione del cheratinoci¬ta3 e nella fisiopatologia della psoriasi4. È da riportare in questa sede anche la descrizione di un più raro fenomeno di Köbner inverso (o fenomeno di Renbeok, cioè il nome di Köbner letto all'incontrario), consistente nella scomparsa di lesioni psoriasiche attive a seguito di un trauma; tale fenomeno, che si manifesta in soggetti che non presentano la reazione isomorfa, si realizza, come il fenomeno di Köbner, secondo la legge del "tutto o nulla", apparendo comunque regolarmente in corrispondenza di tutte le sedi traumatizzate.

Infezioni

L'importanza delle infezioni streptococciche (in particolare, l'infezione orofaringea) nello scatenare la psoriasi di tipo guttato o eruttivo, specie nell'infanzia, 1-2 settimane dopo l'esordio della malattia, è ormai universalmente riconosciuta e assai frequente5; studi recenti hanno poi assegnato un ruolo molto importante agli antigeni streptococcici nel mantenimento della psoriasi volgare in placche, dove funzionerebbero da superantigeni, contribuendo a mantenere attivo il complesso meccanismo immunologico attualmente considerato essenziale nella malattia. In casi simili, una prolungata tera¬pia antibiotica mirata potrebbe contribuire alla scomparsa della sintomatologia clinica. Fattori infettivi più raramente in causa nello scatenare la psoriasi sono pure le comuni malattie virali esantematiche dell'infanzia, tra cui il morbillo e in particolare la varicella, probabilmente con un mec¬canismo tipo fenomeno di Köbner.
Occorre ricordare anche la relazione, ampiamen¬te documentata, tra l'infezione da HIV e la comparsa di una forma grave di psoriasi preesistente. Il meccanismo attraverso cui si realizzerebbe tale provocazione non è del tutto chiaro.( Le osservazioni al riguardo sarebbero per giunta in apparente contrasto con la teoria della patologia immunologica della psoriasi,secondo la quale la malattia sarebbe scatenata da un attivazione dei linfociti T helper CD4+: nell’infezione da HIV i CD4+ sono ridotti di numero, ma farmaci come la ciclosporina (di comprovata efficacia terapeutica nella psoriasi) hanno come bersaglio elettivo proprio questa popolazione cellulare.¬
Farmaci
Le manifestazioni di esordio o l'esacerbazione della psoriasi possono non di rado essere secondarie all'assunzione di farmaci. Di seguito elenchiamo i Farmaci che sono stati riportati essere responsabili della slatentizzazione o della perpetuazione della psoriasi.
Per quanto riguarda i sali di litio, è ben documentato il loro ruolo nella possibile slatentizzazione di una psoriasi "preclinica”, nel peggioramento della psoriasi già in atto, nella trasformazione di una psoriasi ben controllata in una forma refrattaria alle comuni terapie e seppur raramente, nel¬l'induzione di una psoriasi pustolosa generalizzata. Differenti meccanismi sono implicati nel mo¬dello farmacologico del meccanismo di azione del litio riguardo all'induzione di un'eruzione psoriasica. A livello molecolare è stato dimostrato che la somministrazione per lungo periodo di litio, induce un au¬mento di cAMP intracellulare, mentre la somministrazione acuta indurrebbe una riduzione di cAMP intracellulare..
È comunemente ritenuto che anche i farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) abbiano un'azio¬ne di stimolo sull'attivazione della psoriasi. Queste sostanze (acido acetilsalicilico, indometacina, Fenilbutazone, ossifenilbutazone, ibuprofene, diclofenac, meclofenamato ecc.) vengono spesso pre¬scritti agli psoriasici affetti da artropatia psoriasica ma, la percentuale effettiva di casi in cui provoca¬no un peggioramento della dermopatia è estremamente variabile nell'esperienza dei vari autori. Il possibile meccanismo d'azione dei FANS nel peggiorare o scatenare l'eruzione psoriasica sembra es¬sere legato alla loro attività farmacologica di inibizione selettiva della ciclo-ossigenasi, con conse¬guente riduzione della sintesi di prostaglandine e aumento di leucotrieni (in particolare il B4), dotati di attività chemiotattica sui granulociti neutrofili. I FANS, inoltre, sarebbero in grado di indurre nuo¬ve lesioni psoriasiche e/o peggiorarne altre preesistenti anche per l'effetto inibitorio sull adenilciclasi congiuntamente

Farmaci riportati come responsabili della slatentizzazione, della perpetuazione e/o dell’aggravamento della psoriasi.

• Acebutololo • Clortalidone • Mesalamina
• Acido acetilsalicilico • Cotrimossazolo •Metiltestosterone
• Acido valproico • Diclofenac • Metoprololo
• Aldesleukin (IL-2) • Digossina • Nadololo
• Amiodarone • Dipiridamolo • Omeprazolo
• Amossicillina • Enalapril • Oro e sali d'oro
• Ampicillina • FANS • Penbutololo
• Arsenico • Fenilbutazone • Penicillamina
• Atenololo • Flecainide • Pindololo
• Auranofin • Fluoxetina • Pirazoloni
• Aurotioglucosio • Fluoximesterone • Primachina
• Beta-bloccanti • Foscarnet • Propanololo
• Betaxololo • Gemfibrozil • Risperidone
• Bisoprololo • Gliburide (glibenclamide) • Sali di litio
• Captopril • Glipizide • Sotalolo
• Carbamazepina • IbuproFene • Sulfametossazolo
• Carteololo • Idrossidorochina • Sulfonamidi
• Chinidina • Indometacina • Tacrina
• Chlorambucil • Interferon alpha • Terbinafina
• Ciclosporina • Interleuchina 2 (IL-2) • Terfenadina
• Cimetidina • Ketoprofene • Testosterone
• Clomipramina • Labetalolo • Tetraciclina
• Clonidina • Levamisolo • Timololo
• Clorochina • Medofenamato • Trazodone
all'azione calcioan¬tagonista di cui so¬no dotati. Tra i FANS che sembra¬no non peggiorare la psoriasi va se¬gnalata la nimesu¬lide che blocca en¬trambe le vie ossi¬datine dell'acido arachidonico e si è rivelata di qualche efficacia nel tratta¬mento di circa 70 casi di artropatia psoriasica8. Gli an¬timalarici di sintesi, talvolta anche inopportunamente impiegati nella psoriasi artropati¬ca, possono scate¬nare l'eruzione cu¬tanea, verosimil¬mente per un pos¬sibile effetto sul¬l'attività del ciclo dei pentosi.I beta-bloccanti avrebbero azione analoga attraverso la riduzione dell'at¬tività dell'adenila¬to-ciclasi (con con¬seguente diminu¬zione dei livelli di cAMP) e mediante un'attività iperplastica sull'epidermide.
Va infine ricordato il fenomeno cosiddetto di “rebound”, consistente in un improvviso e rapido ag¬gravamento della malattia (.evoluzione in senso pustoloso generalizzato o in eritrodermia) a cui si as¬siste alla sospensione di una terapia corticosteroidea sistemica.

Fattori endocrini e metabolici
Il decorso della psoriasi sembra essere influenzato anche da fattori endocrini, come suggerito dal¬l esistenza di picchi di incidenza della malattia nella pubertà e in menopausa 9. In uno studio pro¬spettico condotto durante la gravidanza, nel 40% dei casi il decorso della psoriasi si è dimostrato inalterato, mentre nel rimanente 60% è stato osservato un miglioramento9. Nel post-partum, invece, viene spesso riportato un peggioramento della malattia; ricordiamo inoltre che la gravidanza può scatenare anche una forma di psoriasi pustolosa generalizzata. Infine la malattia può peggiorare du¬rante l'assunzione di estrogeni e nel periodo premestruale.10 Per quanto riguarda i fattori metabolici, riportiamo come semplice annotazione storica le teorie che attribuivano valenza eziologica nella psoriasi ad alterazioni del metabolismo glucidico e lipidico, mentre si continua a dare relativa importanza nell'esacerbazione della malattia (specie se pustolosa o eritrodermica) all'ipocalcernia, sia essa conseguente a una paratiroidectomia accidentale sia seconda¬ria a dialisi extracorporea.

Alcol, fumo e alimentazione

L'abuso di bevande alcoliche sembra essere più frequente nei pazienti di sesso maschile con psoria¬si grave, anche se non è stata stabilita con sicurezza un'azione diretta dell'alcol nello scatenamento della dermatosi. Comunque, le frequenti alterazioni del metabolismo epatico e l'aumentata assunzio¬ne di alcol, spesso osservate negli psoriasici11, sembrano costituire più una delle conseguenze socio¬psicologiche della malattia piuttosto che una delle cause determinanti. Il consumo di alcol, inoltre, ridurrebbe la compliance terapeutica dei pazienti, confermando e rafforzando l'idea che l'abuso di tali bevande rappresenti un sintomo dei disturbi psicologici o di personalità che possono in modi di¬versi contribuire al peggioramento clinico o alla più difficoltosa gestione da parte del dermatologo. Recentemente, è stata sottolineata la presenza di una correlazione positiva tra psoriasi e fumo di si¬garetta; mentre Kavlir12- documenta un aumento della prevalenza della psoriasi tra i fumatori maschi, Braathen13 riferisce un'aumentata prevalenza di fumatori tra gli psoriasici e in particolare tra le don¬ne. Ulteriori studi hanno evidenziato tra le donne affette da psoriasi un aumento dei decessi corre¬lati al fumo (in particolare neoplasie del polmone e infarto miocardico). È ovviamente molto arduo stabilire se il fumo ha un ruolo come fattore scatenante la psoriasi (magari attraverso l'attivazione di fattori chemiotattici) o se invece può rappresentare una modalità compensatoria a un possibile sen¬so di frustrazione che la dermatosi può provocare in particolari soggetti. Tuttavia, la relazione causale tra il fumo e la dermopatia, specialmente nel sesso fenmúnile, sembra particolarmente elevata nel caso della psoriasi pustolosa palmo-plantare, dove sarebbe positivo an¬che il criterio di ex-juvantibus, cioè la risoluzione della sintomatologia alla cessazione dell'abitudine alle sigarette.

Stress, fattori psicosomatici e psicogenetici

Viene spesso riferito dai pazienti stessi che gravi eventi stressanti avrebbero preceduto la comparsa o provocato l'esacerbazione della psoriasi. La pelle, infatti, è ricchissima di innervazioni del Sistema Nervoso Vegetativo ed è attraverso quest'ultimo che numerose emozioni si traducono in modifica¬zioni della cute (rossore, orripilazione, sudorazione, pallore). Tra le malattie cutanee in cui con mag¬giore frequenza è stata osservata questa contiguità, si annovera la psoriasi, vista quindi come malat¬tia a eziopatogenesi multifattoriale, in cui anche fattori di carattere psicologico, emotivo, hanno sicu¬ramente rilevanza.La psoriasi si può configurare come "una reazione esercitata dall'organismo di fronte a stimoli della natura più varia che tendono a estrinsecarsi verso il piano cutaneo e, in soggetti predisposti, "fatto¬ri psichici possono rappresentare degli stimoli validi a produrre la reazione psoriasica agendo in mo¬do analogo ai traumi fisici del fenomeno di Köbner”14. Stress psicosociali possono, infatti, in talune circostanze, creare condizioni slatentizzanti la patologia. Sono stati studiati sia incidenza e natura de¬gli eventi stressanti potenzialmente pàtogeni sia la personalità di base, focalizzando l'attenzione sul¬la modalità di risposta e sulla risonanza emotiva, propria dell'individuo, che determinano lo specifi¬co "vissuto" dello stress.Le ricerche più rigorose in tale settore sembrano quindi sicuramente dimostrare una relazione causa¬ effetto tra gli eventi stressanti e la psoriasi, presente in una percentuale variabile tra il 42 e il 70% dei casi.14


9 Terapia

La terapia della psoriasi si avvale di numerosi presidi, ognuno dei quali ha la sua importanza ed indicazione in rapporto alla gravità ed al quadro clinico della patologia. Non c’è dubbio che la terapia farmacologia, soprattutto quella topica è la più usata per lenire e ridurre in tempi relativamente brevi la sintomatologia, come pure l’uso della fototerapia con apparecchiature e l’elioterapia hanno dimostrtato la loro importanza. Di seguito si elencano i vari presidi terapeutici farmacologici e non, attualmente utilizzati.Negli ultimi anni però le ricerche si sono orientate anche verso una genesi psicodinamica di tale patologia per cui si analizzerà l’aspetto psicosomatico della psoriasi considerato che eventi stressanti particolarmente intensi da un punto di vista emotivo, si riscontrano frequentemente nell’anamnesi di quasi tutti i soggetti ,per cui anche la terapia trova una strada diversa rispetto a quella utilizzata finora. Infatti la ipnoterapia si sta dimostrando una terapia valida per migliorare ed in alcuni casi addirittura risolvere tale malattia. Di seguito si analizzerà e si approfondirà anche quest’altro aspetto della terapia, mettendo in risalto la inscindibiltà della psiche umana dal suo terreno proiettivo: il soma ed in particolare la pelle.
I farmaci usati nella terapia della psoriasi sono numerosi e di diverso tipo, a partire da farmaci per uso topico fino a quelli per uso sistemico.


9.1 La terapia farmacologica topica si avvale:

9.1a. farmaci galenici

Questi farmaci trovano il miglior impiego presso strutture ospedaliere. Essi si dividono:
cheratolitici( ac. Salicilico)-Antiflogistici lenitivi-Catrame vegetaele e di Schisti bituminosi(residui di peci fossili)- catrame di carbon fossile(coaltar).

9.1b. corticosteroidi.

Per la loro efficacia, relativamente soddisfacente, l'assenza di effetti collaterali a breve termine e la facilità di uso, i corticosteroidi topici rappresentano sicuramente il trattamento locale più diffuso della psoriasi. Da una recente intervista, che ha coinvolto 225 dermatologi americani, risulta che 1'85% di questi nella psoriasi di grado lieve-medio prescrive come farmaco di prima scelta corticosteroidi topici, mentre solo il 5% ricorre al catrame (Lien W.H.1995) . L'utilità dei corticosteroidi topici nella psoriasi rimane tuttora controversa; secondo alcuni la psoriasi risponderebbe solo a corticosteroidi di elevata potenza.

9.1c. Gli analoghi della vit.D3

Il calcitriolo (1,25-idrossi-colecalciferolo) rappresenta la forma naturale completa della vita¬mina D3 e come tale il suo effetto principale nell'uomo è la regolazione del metabolismo del calcio . Il suo analogo di sintesi il calcipotriolo ed il tacalcitolo ha lo stesso effetto del calcitriolo nel produrre un significativo miglioramento delle lesioni psoriasiche. La conferma dell'efficacia di questi derivati viene dallo studio delle modificazio¬ni dei livelli delle citocheratine indotte nella cute psoriasica dopo trattamento topico, con progressiva correzione dell'iperproliferazione cheratinocitaria (Krangalle K. 1995), (Van de Kerkhof P.C. 1998).


9.2 Terapia Sistemica
Essendo la psoriasi una malattia a eziologia sconosciuta, con un decorso imprevedibile, spesso cronico¬ recidivante, il trattamento si impernia su presidi di tipo sintomatico, intesi a indurre la remissione temporanea delle lesioni o a renderle maggiormente accette al paziente. La decisione di trattare per via sistemica un paziente affetto da psoriasi deve essere vagliata attentamen¬te e può essere condizionata da molte variabili; è indubbio che un trattamento per via sistemica viene ri¬servato a forme gravi o particolarmente estese. Nell'opzione finale entrano in gioco altri fattori, quali: la presenza di altre malattie, la possibilità di degenza in un reparto ospedaliero o di eseguire in maniera corretta una terapia topica, i costi del trattamento, la "compliance" del paziente e la sua professione. Un altro fattore rilevante è rappresentato dall'esperienza del medico sull'armamentario terapeutico a sua di¬sposizione: profilo farmaco-cinetico e farmaco-dinamico dei farmaci, possibili interazioni farmacologiche, dosaggi ottimali, rapporti rischio/beneficio e costo/beneficio. I principali agenti attivi nella psoriasi per via sistemica esercitano il loro effetto modulando alcuni processi patogenetici di cruciale importanza, rappresentati principalmente dall'esaltata proliferazione cheratinocitaria e/o dall'abnorme risposta T-linfocitaria.


9.2a Ciclosporina A

La ciclosporina A(CsA) è un farmaco immunosoppressore introdotto nella pratica medica per il control¬lo del rigetto dei trapianti d'organo Le indicazioni principali sono rappresentate da: psoriasi eritrodermica, pso¬riasi pustolosa generalizzata, artropatia psoriasica e psoriasi generalizzata. Risultano responsive anche la psoriasi pustolosa palmo-plantare, le forme localizzate al cuoio capelluto e le distrofie ungueali (Berth Jones J.1997)

9.2b Methotrexate

Il methotrexate (MTX) è un farmaco indicato nel trattamento della psoriasi generalizzata e postolosa, nell'eritrodermia psoriasica e nell'artrite psoriasica. È mielotossico ed epatotossico, a dosi elevate. ( Roenigk H.H.Jr., et all., 1998)

9.2c Corticosteroidi

Non sono un trattamento di prima scelta della psoriasi, dal momento che agli effetti collaterali noti si aggiunge il rischio di trasformare una forma volgare in una più grave (generalizzata, eritrodermica o pustolosa).
L'uso di steroidi per via sistemica va considerato soltanto nei casi non controllabili con altre modalità o con compromissione poliarticolare irreversibile, oppure qualora vi siano controindicazioni all'uso dei farmaci prima citati.

10 Sorgenti di radiazioni UV
Per molti anni è stata perseguita l'idea di praticare la fototerapia con-apparecchiature che si propon¬gono di riprodurre artificialmente la luce solare. Le lampade a fluorescenza rappresentano le sorgenti UV più moderne e versatili. In queste lampade contenenti vapori di mercurio a bassa pressione, le scariche nel gas producono raggi UV di breve lunghezza d'onda, che, per la loro elevata energia, eccitano a loro volta sostanze fluorescenti che emettono radiazioni di più elevata lunghezza d'onda. I migliori risultati terapeutici si ottengono con sorgenti di UVB a banda stret¬ta, in grado di svolgere uno spiccato effetto terapeutico con una modesta reazione eritemigena .La fototerapia con UVB, è indicata nel trat¬tamento della psoriasi con un impegno cutaneo superiore al 10%.

10.1 Fototerapia con U V B

L impiego della luce solare per il trattamento di malattie dermatologiche è noto fin dall'anti¬chità, tuttavia è solo alla fine del secolo scorso che la fototerapia è entrata a far parte della scienza medica.. L'ormai ampia e documentata efficacia della fototerapia e della fotochemioterapia con psoraleni (Uallat V.P. 1994)) nei confronti della psoria¬si pone questi trattamenti in una posizione di primo piano nella strategia terapeutica della malattia.

10.2 Fotochemioterapia con psoraleni

Consiste nell'uso delle radiazioni ultraviolette (UVA) in associazione a psoraleni per via orale (PUVA¬terapia). Sebbene l'efficacia di tale procedura sia ben riconosciuta, la più importante limitazione al suo uso protratto è rappresentata dal rischio carcinogenetico (Camp R.D.R.,1998).In campo dermatologico, la PUVA-terapia comporta l'assunzione o l'applicazione di uno psoralene seguito dall'irradiazione con ultravioletto lungo (UVA = 320-400 nm).La fotochemioterapia con psoraleni, ufficialmente in uso da circa 25 anni ma nota fin dall'antichità, viene impiegata non solo per il trattamento della psoriasi, ma anche per altre patologie dermatologi¬che (micosi fungoide, vitiligine, mastocitosi cutanea ecc.), ( Bruynzeel I. 1991).Gli psoraleni sono molecole appartenenti al gruppo delle furocumarine, presenti in natura in molte piante.In Italia sono disponibili capsule contenenti le sostanze in forma cristallina.
10.3 Elioterapia
L'irradiazione solare varia qualitativamente a seconda dell'altitudine (la quantità di UVB a 1500 m è maggiore del 20% rispetto al livello del mare), della stagione, della latitudine, dell'ora del giorno, dell'umidità e dell'inquinamento atmosferico.
L'effetto benefico del sole sulla psoriasi (De Fabo E.C.,1981 e Kelfkens G.1990) è noto fin dai tempi remoti, deriverebbe maggiormente dalla frazione UVB dell'ultravioletto solare.
La molecola bersaglio dei raggi solari è detta cromoforo. L'interazione fra questa molecola e gli UV determina gli effetti benefici e nocivi del sole sulla pelle. .
I cromofori contenuti nella cute sono: le basi pirimidiniche del DNA, gli aminoacidi aromatici, gli aci¬di grassi insaturi, gli steroidi, certi enzimi riparatori.
La radiazione solare, e in particolare i raggi UVB di lunghezza d'onda vicina ai 311 nm, per avere un'efficacia terapeutica devono provocare un'inibizione della replicazione cellulare, notoriamente accelerata nella psoriasi. L'inibizione dell'immunità cutanea ritardata per riduzione del numero e della funzione delle cellule di Langerhans è un ulteriore effetto favorevole svolto dalla radiazione solare.
Gli UVA hanno scarsa efficacia sulla psoriasi, se non a dosi troppo elevate per poter essere soppor¬tati dai pazienti. L'effetto benefico della radiazione solare si ottiene con l'esposizione graduale evi¬tando le ustioni solari che favorirebbero l'effetto Köbner.

11 Acque termali
Le acque termali indicate in letteratura ( Bauer P., 1992 e Sainte Laudy J.,1987) per il trattamento della psoriasi sono quelle bicarbonato¬calciomagnesiache e quelle sulfuree.
La terapia termale agisce nella terapia della psoriasi grazie all'ottima tollerabilità, alla mancanza qua¬si totale di effetti collaterali, ed è da utilizzare nelle forme cronicizzanti soprattutto come pausa o in¬tervallo durante le terapie farmacologiche più aggressive. I dati della letteratura, sporadici in passato, sono aumentati negli ultimi anni indicando l'azione del¬l'acqua termale sulla cute psoriasica secondo i seguenti effetti:
• detergente e macerante l'ipercheratosi con riduzione dell'infiltrato;
• cheratoplastico, antiflogistico e di sedazione sul prurito;
• riequilibrante la flora batterica.
Di particolare interesse, secondo recenti studi, l'attività equilibrante sul sistema immunologico, per un'azione generale aspecifica dell'immersione di tutto il corpo in acqua e per un'azione specifica degli oligoelementi disciolti nell'acqua termale.Alcuni di questi (per esempio zolfo e selenio) risultano interferire sulle cellule deputate alla risposta immune (linfociti T e cellule di Langerhans) con variazione della produzione di citochine quali inter¬ferone gamma e interleuchina (Dubertret L.)

12 Trattamento Laser delle chiazze psoriasiche
Alcuni studi dimostrano che il danno termico controllato prodotto dal "flashlamp pumped pulsed dye laser" (FPDL) può indurre una chiarificazione delle chiazze psoriasiche tramite la risolu¬zione della vasodilatazione della vascolatura delle papille dermiche (Katugampola G.A., 1995). Questi dati sono molto interessanti, in quanto è noto che dopo varie terapie antipsoriasiche si assi¬ste, nei reperti bioptici istologici, a una riduzione progressiva dell'infiltrato polimorfonucleato, in pri¬ma istanza, e mononucleato in un secondo tempo; mentre, in genere, persiste la vasodilatazione an¬che dopo risoluzione clinica delle lesioni psoriasiche.Il trattamento con FPDL delle aree cutanee precedentemente interessate potrebbe portare a una sta¬bilizzazione dei risultati con allungamento dei tempi di recidiva.

2 Dermatologia e psicosomatica
1 Note storiche ( Garcowich A. et al. 1998)
Da sempre le malattie cutanee sono state correlate in qualche modo a disordini interni e ad eventi emotivi. Sono merito della Scuola medica toscana del '700 le prime osservazioni sistematiche di tali fenomeni. Vincenzo Chiarugi, direttore dell'Ospedale di Bonifazio a Firenze, agli inizi del 1800 pubblicò un'opera in tre libri dedicata agli "incurabili" (venerei), ai "tignosi" (cutanei), ai "rognosi" e ai "perturbati men¬tali". Scrisse infatti su questi argomenti alcuni trattati: "Delle malattie afrodisiache" (Fi¬renze 1804), "Delle malattie cutanee sordide" (Firenze 1807) e "Della pazzia in genere ed in specie" (Firenze 1794). È singolare che il Chiarugi avesse competenze psichiatri¬che e dermatologiche, in un'epoca in cui la medicina si stava appena definendo come scienza sperimentale.
Alcune intuizioni di dermatologia psicosomatica del Chiarugi appaiono ancora oggi particolarmente interessanti: citiamo ad esempio il sospetto che "le bizzarre lesioni del paziente del terzo letto fossero autoprovocate" o che "la perturbazione intellettuale del 5 fosse la causa scatenante della sua orticaria persistente.
La dermatologia psicosomatica nasce e si sviluppa nel secondo dopoguerra sulla scia di studi iniziati già negli anni 40 negli Stati Uniti (F. Alexander) che correlavano "il linguaggio simbolico degli organi a delle specificità di tipo e disturbi della personalità".
Anche in Italia questa disciplina ha avuto alcuni cultori, G. Manganati, G. Matellassi, E. Panconesi, M. Nistri, A. Pazzagli, P. Pancheri, che hanno contribuito alla sua espan¬sione ed al suo approfondimento e possibilità di utilizzo clinico a beneficio dei pazienti.
Emiliano Panconesi, uno dei più autorevoli studiosi italiani di dermatologia psicoso¬matica, afferma che lo specialista dermatologo dovrebbe costantemente fondarsi su un metodo psicosomatico che tenga conto "delle suggestive coincidenze tra situazioni emozionali acute e croniche e l'insorgenza o l'aggravamento delle malattie cutanee", e dovrebbe anche saper individuare il profilo psicologico di personalità del paziente, poiché è possibile correlare specifici tratti di personalità con alcune dermatosi cutanee.


2. L’universo tattile e cutaneo

Per struttura e funzioni la pelle è più che un organo, è un insieme di organi diversi.Di tutti gli organi di senso è il più vitale : si può vivere da ciechi, sordi, senza il gusto o l’olfatto. Senza l’integrità della maggior parte della pelle non si può vivere. La pelle risulta aver maggior peso ( 20% di peso del corpo nel neonato; 18% nell’adulto) e occupa una superficie maggiore( 2500 cm2 nel neonato, 18000 cm2 nell’adulto). La pelle, sistema di più organi di senso( tatto, pressione, dolore, calore ecc.) è a sua volta in connessione con gli altri organi di senso ( udito, vista, olfatto, gusto) e con la sensibilità cenestesica e di equilibrio. Nel bambino piccolo la complessa sensibilità dell’epidermide ( tattile, termica,dolorifica ) resta a lungo diffusa e indifferenziata. Essa trasforma l’organismo in un sistema capace di provare altri tipi di sensazioni( sensazione di iniziativa) e di collegarle alle sensazioni cutanee( funzione associativa) o di differenziarle e localizzarle sullo sfondo di una superficie corporea globale ( funzione di schermo).Ma la pelle non è solo organo di senso . Essa svolge i ruoli annessi a parecchie altre funzioni biologiche : respira e perspira, secerne ed elimina, mantiene il tono, stimola la respirazione,la circolazione, la digestione e l’escrezione e naturalmente è connesso con la riproduzione (Anzieu D.2005)

3. La pelle da un punto di vista biologico e psicologico
La pelle svolge un ruolo importante nella termoregolazione, nella difesa immunitaria, nella protezione meccanica, nella attività sensoriale e comunicativa dell'organismo.
Può essere quindi considerata un organo complesso con importanti funzioni adatta¬tive e difensive. Come tale alla pelle viene attribuito il ruolo di organo di confine tra mondo esterno e mondo interno.. La pelle è ricchissima di innervazioni del sistema neurovegetativo ed è attra¬verso quest'ultimo che numerose emozioni si traducono in modificazioni della cute (rossore, orripilazione, sudorazione, pallore).
La pelle presenta la stessa derivazione ectodermica del sistema nervoso centrale. Si potrebbe dunque giustificare la ricchezza di capacità comunicazionali e psichiche della cute sulla base di questa "derivazione". Lo studio delle interazioni tra sistema nervoso centrale e sistema immunitario ha portato inoltre a ipotizzare un legame tra i due apparati; stimoli emozionali e situazioni di stress acuto e/o cronico possono influire sull'incidenza e sulla gravità di quelle malattie nelle quali risulta implicato il sistema immunitarío (infezioni, neoplasie, affezioni immuno-mediate). Malattie a patogenesi immunologica possono essere accompagnate da alterazioni psicologiche e/o neurolo¬giche.


4. Funzioni paradossali psico-fisiologiche della pelle

La pelle fornisce numerosi esempi di funzionamento paradossale al punto che ci si può chiedere se la paradossalità psichica non trovi sulla pelle una parte del suo appoggio. La pelle sottrae l’equilibrio del nostro ambiente interno alle perturbazioni di origine esterna, ma nella propria forma tessitura, colorazione, cicatrici conserva i segni di tali perturbazioni. A sua volta rivela all’esterno lo stato interiore che si intende difendere; agli occhi altrui, essa è un riflesso della nostra buona o cattiva salute organica e uno specchio della nostra anima. Altri paradossi: la pelle è permeabile e impermeabile, è superficiale e profonda, veritiera e ingannatrice. Richiama investimenti libidici sia narcisistici che sessuali. E’ la sede del benessere e della seduzione. Ci fornisce sia dolori che piacere. Trasmette al cervello le informazioni che provengono dal mondo esterno compreso i messaggi «impalpabili»che, tra l’altro , ha appunto la funzione di «palpare» senza che l’io ne sia cosciente. La pelle è solida e fragile. Nella sua nudità la pelle materializza il nostro spogliamento, ma anche la nostra eccitazione sessuale. Nella sua fragilità e vulnerabilità traduce la nostra indigenza originaria, maggiore di quella di tutte le altre specie e nello stesso tempo la nostra elasticità di adattamento e di evoluzione. Separa ed unisce le differenti sensorialità.

5. Il tatto e il contatto: le diverse scuole di psicoterapia

Per primo Sigmund Freud ha sottolineato l’importanza del ruolo delle sensazioni cutanee nella formazione dell’Io.
Secondo Anna Freud (1936) “all’inizio dell’esistenza il fatto di essere accarezzati, stretti e calmati da un contatto cutaneo aiuta il bambino ad edificare un’immagine del corpo e un io corporeo sano, aumenta gli investimenti di amore su se stessi e allo stesso tempo favorisce lo sviluppo dell’amore oggettuale, cementando i legami tra madre e bambino”.
Con Winnicott la teoria psicoanalitica si sposta dal seno e dall’oralità, per occuparsi del contatto corporeo, dell’holding (contenimento) e della madre sufficientemente buona: ”è importante soprattutto che la madre tenga fisicamente il bambino, il che corrisponde ad una forma di amore”. Questo autore si riferisce ad una madre che esiste, ama il figlio in modo fisico, garantendogli contatto, calore corporeo e cutaneo, movimenti o tranquillità a seconda dei suoi bisogni.
Ashley Montagu, insiste sull’importanza della pelle in quanto organo determinante nello sviluppo del comportamento umano: per tatto intende il contatto soddisfacente, che può avvenire con le carezze, le coccole, gli abbracci, l’aggrapparsi. Il piacere tattile soddisfacente nella prima infanzia svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo ulteriore dell’individuo. Il bambino ha bisogno di apprendere sulla solida base del tatto cosa significhino l’intimità, la prossimità, la distanza e il distacco.Infatti anche
J.P. Sartre magistralmente asserisce: “La carezza non è un semplice sfiorare, è formare”.


6. La pelle come mezzo di comunicazione

La pelle è allo stesso tempo, in quanto organo che contiene il corpo, un elemento di separazione-confine e struttura di comunicazione con il mondo esterno. È esperienza comune, infatti, che alcuni contenuti psichici soggettivi si esprimono attraverso la cute con segni quali il rossore, il pallore, la piloerezione, il prurito. Le stesse caratteristiche macroscopiche della cute (colore, solchi, pieghe, rughe, depressioni), il trofismo cuta¬neo, l'elasticità, l'aspetto degli annessi (unghie, peli), le funzioni ghiandolari (produzio¬ne di sebo e di sudore ) svolgono un importante ruolo sociale e simbolico per il soggetto.
La pelle è il più sensibile, il primo mezzo di comunicazione tra lo spazio esterno ed interno e nello stesso tempo è il più efficiente dei mezzi di protezione. In molteplici espressioni popolari come "a fior di pelle" o "amici per la pelle", la meta¬fora nasconde il senso che tutti gli individui inconsciamente attribuiscono alla pelle, vi si esprimono le funzioni congiunte dell'organo di superficie e dell'lo. La pelle è connessa necessariamente con l'esistere, non con l'essere: è l'involucro che dà forma all'essere, è il limite che definisce l'uomo fisicamente e psichicamente, è ciò che insieme separa ed unisce. Per struttura e funzioni, la pelle nella sua complessità anatomica, fisiologica e culturale anticipa sul piano organico la complessità dell'lo sul piano psichico. Di tutti gli organi di senso è il più vitale: trasforma l'organismo in un sistema sensibile capace di provare sensazioni, di collegarle a quelle interne ed esterne e di differenziarle. Si fa promotore di codici relazionali e di comunicazioni visive, tattili, olfattive.La pelle è inoltre in grado di ricevere segnali e di comunicarli all'esterno, per il corpo e dal corpo; opera sia da "soggetto" dell'esistenza di noi stessi che da "oggetto" dell'esi¬stenza degli altri. Il codice visivo fa sì che ci sia un rapporto interpersonale a distanza; quello tattile consente rapporti diretti,. grazie al "toccare" per cui la pelle è soggetto ed oggetto dell'esperienza. Da un lato la cute si oggettivizza e procura sensazioni, dall'al¬tro si soggettivizza come recettore di sensazioni. La pelle quindi regola i rapporti sociali ed esistenziali, facendosi portatrice di messaggi biunivoci presenti all'interno ed al¬l'esterno del corpo.Come ultimo elemento la pelle è un organo visibile e quindi luogo di espressione di conflitti relativi all'esibizionismo, per esempio paura, vergogna, pulsioni narcisistiche e all'immagine del Sé (bellezza, bruttezza, rapporto col mondo).Per la psicologia moderna, in particolare per quella ad orientamento psicodinamico, il contatto cutaneo tra madre e neonato è un fattore determinante per lo sviluppo psichico del bambino e quindi per le dinamiche emotivo-affettive e cognitive e per la costruzione dello schema e dell'immagine corporea. Infatti già nel corso delle prime fasi del suo sviluppo la pelle assume un importanza notevole per l’essere umano. Durante la gravidanza il feto risponde alle minime pressioni provenienti dal mondo esterno. Basta la leggera pressione di un dito a rappresentare un richiamo, e subito il bambino reagisce e si muove.Il comportamento di attaccamento post natale si prepara dunque molto prima della nascita ed è bene notare che la madre, il padre, la coppia sono notevolmente modificati dal contatto precoce con il feto. Secondo Veldman “l’affermazione esistenziale per essere efficace deve essere avviata e proseguita per tutto il periodo dello sviluppo intrauterino, per poi essere confermata nei primi momenti di esistenza post natale”.L’affermazione tattile-affettiva sarebbe infatti un bisogno vitale primario assolutamente necessario allo sviluppo della vita affettiva.Quando si avvicina il parto le pareti uterine si avvicinano e le contrazioni sono più frequenti. Con il processo del parto le fonti di sollecitazione della superficie cutanea si moltiplicano e si intensificano. I gesti che seguiranno la nascita assumono invece un’altra dimensione, quando per la prima volta il bambino è visibile, vestito della sua sola pelle.Inizia un altro modo di comunicare. L’abbraccio materno, per quanto ricco e completo, non può coprire tutta la superficie del corpo, né permanere ininterrotto giorno e notte. Ma, al suo posto, la madre offre carezze e parole.La pelle del bambino è oggetto di cure materne regolari e attente. Esiste una vasta gamma di contatti con la pelle del bambino: carezze, sfregamenti, pressioni, palpazioni, piccoli pizzicotti ripetuti, contatti per via aerea (il fiato diretto al viso o al corpo del bambino), contatto con le labbra, baci, leccaggio (gli animali leccano volentieri i bambini che accettano volentieri questo contatto). Le carezze, le manipolazioni erotizzano il corpo del bambino, mentre anche la madre riceve apporti sensuali. È così che nascono le premesse del dialogo e della mutualità.Il desiderio del bambino di rannicchiarsi contro l’adulto può corrispondere al bisogno di un involucro e di protezione. Inoltre, dato che i movimenti involontari del neonato sono per lui in certi casi delle tempeste incontrollabili, il bambino necessita all’inizio di essere “contenuto” fisicamente dall’ambiente.Non è semplicemente partendo da qui che si può affrontare il problema dell’abbandono e delle carenze infantili con tutte le patologie che ne conseguono, ma bisogna sottolineare l’importanza da attribuire, nel bambino, alle manipolazioni e al contatto amorevole, al bagno tiepido, alle carezze sul viso, al cullare ritmico tra le braccia materne. È evidente che, in rapporto a cattive vicende di relazione che un individuo può subire in età formativa (soprattutto in rapporto con le figure primarie) e che vedono la pelle come uno scenario di realizzazione di un difettoso scambio intersoggettivo, si possono manifestare, in età adulta, turbe psicopatologiche di diverso contenuto e gravità, dalle nevrosi alle psicosi, alle malattie psicosomatiche .È attraverso il contatto cutaneo quindi che nel tempo il bambino può strutturare il confine tra Sé e non Sé e determinare la propria separa¬zione ed individuazione; si intende con ciò la capacità che ognuno di noi sviluppa di definirsi come individuo separato ma al tempo stesso in contatto, scambio e relazione, con i propri familiari prima e con il mondo esterno poi.Per numerosi psicanalisti lo sviluppo cognitivo, affettivo e sociale infantile dipende in buona parte dalle cure che il soggetto riceve durante l'infanzia, dal contatto pelle con¬tro pelle che avviene tra madre e figlio. Se le prime relazioni madre-bambino non si attuano nelle condizioni ottimali, ci possono essere delle alterazioni nell'equilibrio e nell'organizzazione psichica.Esistono svariati miti e leggende che spiegano tutta la carica simbolica che l'uomo attribuisce alla pelle e ai suoi annessi (per esempio le piaghe di Giobbe ed il mito di Sansone). Qualsiasi messaggio simbolico è l'espressione di un contenuto interno, mentale. La superficie del corpo segna analogicamente i confini della coscienza indivi¬duale. La perdita di questi confini produce una trasformazione-distorsione nell'indivi¬duo. La pelle possiede un primato strutturale rispetto agli altri apparati corporei: è il solo organo di senso esteso su tutto il corpo, contiene molti sensi distinti, la cui vicinan¬za fisica facilita la contiguità psichica; inoltre il tatto è l'unico dei sensi che ha struttura “riflessiva”. Quando infatti si tocca un oggetto, si ha sia la sensazione di toccare che di essere toccati dall'oggetto stesso.
7. La voce della pelle
La pelle ci parla, con un linguaggio in codice, descrivendo le conflittualità che avvengono internamente all’individuo sul piano psichico . In genere sono mutamenti ( Attrazioni/repulsioni) che cercano di trovarsi un varco per rendersi consapevoli alla nostra coscienza. Quando questa consapevolezza viene repressa allora la pelle diventa il luogo di esternazione di questi conflitti. Il sintomo rappresenta quindi un messaggio in codice ,trasferendo su un piano esteriore ciò che la coscienza non è riuscita ancora ad accettare e comprendere. In questo modo si è costretti a fermarsi a trovare un rimedio (cura della cute) e implicitamente dare nuovi significati a dei mutamenti interni Noi viviamo la pelle come il nostro limite materiale esterno e contemporaneamente attraverso la pelle siamo in con¬tatto con l'esterno, tocchiamo con essa il mondo circostante. Dentro alla nostra pelle ci mostriamo al mondo - e uscire dalla nostra pelle non ci è possibile. Attraverso la pelle si rivelano i nostri processi e le nostre reazioni psichiche. Una parte di questi si mostra in modo cosí chiaro che tutti lo possono rilevare: si diviene ros¬si di vergogna e pallidi di paura, si suda per il terrore o l'agitazione, i capelli si rizzano per l'orrore o ci viene la pelle d'oca.la pelle è una grande su¬perficie proiettiva, su cui diventano sempre visibili processi sia somatici che psichici. Già al contatto fugace la pelle dell'uomo ci racconta qualcosa della sua psiche. Sotto una pelle molto sensibile si nasconde anche un'aníma molto sensibile avere la pelle sotti¬le, mentre una pelle solida, resistente fa pensare piuttosto a una robusta scorza; la pelle sudaticcia ci mostra l'insicurezza e la paura del nostro interlocutore, la pelle arrossata l'eccita¬zione. Con la pelle noi ci tocchiamo e veniamo in contatto 1''uno con l'altro. Si tratti di un pugno o di una carezza - è sempre la pelle che stabilisce il contatto. La pelle può andare incontro ad alterazioni (infiammazioni, ascessi, eruzioni). In questi casi il nostro con¬fine viene messo in forse. Nel caso ad es. dell’eruzione della pelle qualcosa spezza il confine, qualcosa vuole uscire. L’esempio più evidente è quello dell’acne giovanile. Nella pubertà la sessualità esplode nell'uomo, ma per lo píú viene repressa. La pubertà è un ottimo esempio per una situazione di conflitto. In una fase di apparente tran¬quillità irrompe improvvisamente da profondità inconsce qual¬cosa di nuovo e travolgente, che con la forza cerca di crearsi uno spazio nella coscienza e nella vita di una persona. Tutta¬via la cosa nuova che urge è sconosciuta, insolita e incute paura. Si preferirebbe escluderla dal proprio mondo e tornare allo stato abituale. Il che non è piú possibile. Non è possi¬bile far sí che un movimento non sia avvenuto.Ci si trova cosí nel bel mezzo di un conflitto. Lo stimolo del nuovo e la paura del nuovo attirano quasi con la stessa forza. Ogni conflitto osserva questo modello, cambia soltanto il tema. Nella pubertà il tema si chiama sessualità, amore, compagnia. Si vorrebbe venire in contatto con ciò che manca, e non si osa farlo. Emergono fantasie sessuali - di cui ci si vergogna. Non stupisce che questo conflitto divenga visibile sotto forma di irritazioni della pelle: la pelle infatti è il confine dell'Io, che bisogna superare per trovare il Tu, l’altro (Dethlefsen T. 1995). Al tempo stesso la pelle è l'organo con cui si può instaurare questo contatto, toccare l'altro, accarezzarlo. Per essere amati occorre anche pia¬cere all'altro cosí come si è, nella propria pelle. Questo tema caldo infiamma la pelle del ragazzo in età puberale e mostra che si vorrebbero far saltare i confini fino¬ra osservati e al tempo stesso il tentativo di sbarrare il passo a ciò che è nuovo, la paura dell'impulso appena risvegliato. Ci si difende anche attraverso l'acne, perché essa rende difficile ogni incontro, anche la sessualità. Nasce cosí un circolo vizioso: le sessualità non vissuta si manifesta sulla pelle sot¬to forma di acne e l'acne ostacola il sesso. Il desiderio represso di eccitazione si trasforma in pelle irritata. Una eruzione mostra sempre che qualcosa ché è stato represso finora, vor¬rebbe spezzare i confini e rivelarsi pienamente, (divenire con¬sapevole). Nell'eruzione si rivela qualcosa che finora non era stato visibile.Una delle dermatosi piú frequenti è la psoriasi. Essa si ma¬nifesta in focolai limitati, circolari, infiammati, coperti di pu¬stoline di un colore bianco-argenteo, dure e resistenti. Qui la funzione naturale di protezione della pelle viene esasperata: ci si scherma in ogni direzione, non si vuole piú lasciar passare e uscire nulla. Ma dietro ogni forma di difesa si cela la pau¬ra di « essere feriti ». Più grande è la difesa, maggiore è la sensibilità interiore della persona e la sua paura di essere ferita. come nel regno animale. Se si toglie la conchiglia a un mollusco, si trova un esserino misero, molle, senza protezione. Le persone che nel loro riserbo non fanno avvicinare niente e nessuno, sono per lo piú estremamente sensibili. Però il tenta¬tivo di proteggere con una corazza robusta la vulnerabilità del¬l'anima è abbastanza tragico. Una corazza protegge, è vero, da ferite ed escoriazioni, però « protegge » anche contro ogni al¬tra cosa, anche contro l'amore e la dedizione. Amore significa aprirsi quindi in questo caso la difesa è controproducente. La corazza isola dal fiume della vita, rende miseri e aridi - e al tempo stesso comincia a crescere sempre più la paura. È anche possibile che si arrivi a veri e propri punti scoperti della pelle, a ferite sanguinanti. In que¬sto modo aumenta il pericolo di infezione della pelle. Spesso la psoriasi comincia nei gomiti - e coi gomiti ci si impone, sui gomiti ci si appoggia. Proprio qui si mostrano indurímenti e vulnerabilità. Nella psoriasi l'isolamento ha raggiunto il pun¬to estremo, cosí che il paziente viene costretto a diventare « vulnerabile e aperto » almeno a livello corporeo. Secondo Dethlefsen T. Quando si hanno problemi alla pelle ed eruzioni,ci si dovreb¬be porre queste domande:
l. Mi isolo molto?
2. Come va la mia capacità di contatto?
3. Dietro al mio atteggiamento riservato si cela forse un desi¬derio represso di vicinanza?
4. Cosa vuole spezzare i confini, per rendersi visibile? (sessua¬lità, impulsi, passione, aggressività, entusiasmo).
5. Che cosa mi prude in realtà?
6. Mi sono volutamente troppo isolato?


8. Patogenesi Psicosomatica della psoriasi

L’unità corpo mente nell’uomo è inscindibile e l’influenza della psiche sul corpo sembra altrettanto inscindibile
Difatti dal punto di vista antropologico ma anche clinico appare evidente l’unità psicosomatica dell’essere umano:nessuno vede soltanto corpi o soltanto funzioni psichiche ma globalmente delle persone. Scientificamente però diventa complicato definire tale unità. O.Todarello e P. Porcelli nel loro libro “Psicosomatica come paradosso –Il problema della psicosomatica in psicoanalisi “ (1993) affermano infatti che il rapporto mente corpo è un oggetto teorico ambiguo che non si può chiaramente riconoscere a livello scientifico. Storicamente il dualismo mente-corpo ha avuto una sua precisa finalità nel pensiero scientifico moderno in quanto ha garantito alle scienze mediche l’omogeneità tra metodo ed oggetto di conoscenza: metodo biologico per il corpo e metodo psicologico per la psiche. Quando si affronta però il problema epistemologico della psicosomatica ci troviamo di fronte ad un ambiguità di fondo: l’oggetto della psicosomatica, per definizione, è un alterazione della fisiologia di un organo o di una funzione somatica, connessa all’attività della sfera psichica. Nei confronti di questo oggetto, il metodo biologico, ad esso omogeneo è risultato inadeguato ed improduttivo. Anche il metodo psicologico è risutato altrettanto inadeguato ed improduttivo in quanto eterogeneo rispetto all’oggetto di indagine. Nella medicina psicosomatica le scienze mediche e psicologiche sono state coinvolte in un territorio di confine, quale è il rapporto mente-corpo, che ha evidenziato più limiti di entrambe piuttosto che la loro integrazione.
La maggior parte degli studi di psicosomatica condotti su alcune importanti malattie dermatologiche hanno seguito un modello di interpretazione secondo il quale esiste una relazione di natura simbolica tra il conflitto psichico e il sintomo organico a livello cutaneo . Per es. nei bambini affetti da alopecia areata, la caduta dei capelli rappresenterebbe una incapacità ad elaborare il senso di perdita, derivante dal distacco di figure genitoriali ( Bria P. 1995).
Un altro modello esplicativo del perché somatizziamo è quello di Mc Dougal:” i sintomi psicosomatici sono un tentativo di uscire da un conflitto doloroso che sorpassa le nostre capacità di elaborazione mentale…un conflitto per il quale non si trovano parole per poterlo esprimere “. Altro esempio è quello di P. Pancheri (1984), secondo il quale gli eventi stressanti rappresenterebbero l’elemento chiave delle dinamiche psicosomatiche e individua una sequenza di passaggi condizionanti l’affezione psicosomatica:

1- L’imprinting, che registra nella memoria emozionale l’esperienza stressante a livello neuropsichico, attualmente individuabile nel sistema limbo-ipotalamico
2- La costruzione del rapporto individuale, somatico e comportamentale, che si esterna nello stile di vita e nella capacità e modalità di risposta agli stressors ambientali.
3- La presenza di stimoli sia esterni che interni all’individuo che possono determinare una riattivazione emozionale dell’”evento antico”;
4- L’insorgenza o meno della malattia psicosomatica.
Secondo Whitlock (1976) poi, una possibile classificazione dei disordini cutanei in base al grado di coinvolgimento psicologico potrebbe essere la seguente:
1- Condizioni ad esclusiva origine emozionale, ovvero sindromi psichiatriche con manifestazioni cutanee come la dermatite artefatta, la tricotillomania, le varie forme di ipocondria cutanea
2- Dermatosi ad eziologia multifattoriale aggravate o perpetuate da traumatismo autoinflitto quali il lichen simplex chronicus, l'acne escoriata

3- Dermatosi provocate o perpetuate da meccanismi psicosomatici dimostrabili quali il prurito psicogenico, il prurito ano-genitale, in cui il circolo vizioso prurito-grattamento svolge un ruolo fondamentale

4. Dermatosi nelle quali un importante fattore emozionale è in grado di scatenare, aggravare o perpetuare le manifestazioni cliniche, come la dermatite atopica e l'orticaria

5. Dermatosi a volte influenzate da fattori emozionali, tra le quali la psoriasi, l'alopecia areata, la vitiligine, il lichen ruber planus.

In ogni caso nell'esperienza quotidiana il clinico osserva che la psoriasi può migliorare o peggio¬rare per varie ragioni, tra cui proprio eventi emozionali e periodi di affaticamento psicofisico.
Limportanza dei fattori emozionali è alla base delle osservazioni di altri studiosi che indicarono la psoriasi come una psicodermatosi. Obermayer(1955) sostiene che i disturbi emozionali potrebbero essere inclusi tra i fat¬tori in grado di scatenare, esacerbare e perpetuare la malattia. Altri autori sono più cauti nell'affermare una stretta relazione tra eventi emozionali e psoriasi ed al momento attuale la ricerca psicosomatica parla di episodi anamnestici "significativi", di profili di personalità che possono essere più o meno specifici delle varie patologie cutanee. Rebora e Savignini(1 974) hanno studiato la personalità di pazienti psoriasici e hanno trovato un aumento significativo di disturbi psichici in questi soggetti rispetto alla popo¬lazione generale, con un'alta incidenza di traumi emotivi cronici ed acuti in occasione di riacutizzazioni periodiche della malattia.Analizzando la storia personale dei pazienti gli stessi autori hanno rilevato episodi di perdite affettive nell'infanzia e situazioni di difficoltà nel rapporto tra i due genitori (incomprensioni, discussioni e litigi). Negli stessi pazienti si è messo in evidenza un certo grado di psicoastenia, cenestesiopatia, ipocondria e tendenze isteriche. D'altra parte negli psoriasici è facile osservare una abnorme ansietà per le nuove situazioni, difficoltà nel comunicare e una tendenza ad assumere ruoli passivi e dipen¬denti. Gli stessi autori affermano che gli psoriasici hanno una personalità astenica e che spesso i disturbi psichici precedono l'insorgenza della malattia.L’atteggiamento passivo è interpretabile come una tendenza a nascondere tratti aggressivi forzatamente repressi.L’insorgenza e le recidive della psoriasi potrebbero rappresentare un impulso sadi¬co rivolto contro il proprio Ego e sono interpretabili come sintomi di conversione isteri¬ca. È riportata l'associazione tra psoriasi e schizofrenia nonché tra psoriasi e psicosi maniaco-depressive (Garcowich et al. 1998).Bassi et al.(1974) hanno analizzato la dinamica familiare dei pazienti psoriasici: hanno evidenziato figure materne "falliche", cioè madri con spiccato senso del coman¬do, egocentriche, possessive, poco inclini a manifestare cure ed affetto. Questi autori hanno notato nei loro pazienti inibizione della aggressività con conseguente tendenza alla depressione: l'aggressività che nasce da relazioni familiari problematiche tende ad essere non verbalizzata bensì espressa con il linguaggio del corpo.La natura psicosomatica della psoriasi sembrerebbe essere suggerita dal migliora¬mento ottenuto con la psicoterapia e l'ipnoterapia nelle forme severe di psoriasi.La psoriasi ha variabili ripercussioni sulla vita dei pazienti. Da un punto di vista sociale gli individui affetti da psoriasi presentano difficoltà a comunicare con gli altri, tendenza a costruirsi barriere psichiche, a giustificare insuccessi scolastici e lavorativi con la presenza della malattia.Le relazioni sessuali dei pazienti psoriasici non sembrano invece risentirne; la malattia rappresenta un problema più per il soggetto affetto che per il partner, che sembra accettarla meglio rispetto ad altre malattie cutanee quali acne, alopecia, vitiligine. Ciò potrebbe esse¬re spiegato dall'andamento tipico della malattia, contrassegnato spesso da duraturi periodi di remissione e dal fatto che le aree genitali sono in genere risparmiate.Gli aspetti sociali e psicologici possono essere la conseguenza della manifestazioni fortemente inestetiche proprie di questa dermatosi. Rimane comunque da chiarire se tali elementi non siano in realtà primitivi ed interpretabili come un disturbo di personalità più profondo che trova proprio nella manifestazione cutanea la sua maggiore espressione.

9. L’ipnosi nella terapia della psoriasi

L’ ipnositerapia può favorire il miglioramento di numerose malattie dermatologiche, se non addirittura promuoverne le risoluzione. La conferma sperimentale di questa consapevolezza clinica è giunta dallo studio di Shenefelt, Ricercatore presso la divisione di Dermatologia della University of South Florida. Le malattie della pelle comprese nello studio sono psoriasi, acne, alopecia, dermatite atopica, herpes ed orticaria. Inoltre l’ipnoterapia può ridurre il dolore, il prurito e gli aspetti psicosomatici legati a questo tipo di malattie.Infatti durante la trance, con l'uso di visualizzazioni, metafore e fantasie guidate si fa in modo che l'emisfero cerebrale dominante, sede della razionalità, del pensiero logico-deduttivo, delle abilità critiche e analitiche venga posto in uno stato di attesa (depotenziato) al contrario viene invece attivato l'altro emisfero, legato alla creatività, l'intuizione, le emozioni, la visualizzazione e la sintesi.Nel soggetto in stato di trance quindi si osserva un calo dell'attività delle regioni frontali del cervello, correlate alla vigilanza e alle capacità critiche, mentre sono stimolate le aree occipitali, dove si trova la funzione di visualizzazione multisensoriale. La terapia ipnostica crea poi un ponte tra mente e corpo grazie all'Ipotalamo, porzione del cervello situata nel sistema limbico ( la parte più interna e "antica" dal punto di vista evoluzionistico). Stimolato dalle suggestioni ipnotiche, l'ipotalamo converte gli impulsi elettrici delle cellule nervose in messaggi ormonali diretti ai vari organi, tramite l’ipofisi .L'elettroencefalogramma dimostra che durante la trance nel cervello aumentano le onde alfa, indicative di uno stato di veglia e di rilassamento al tempo stesso: il soggetto non dorme, ma la sua mente non è impegnata in nessuna operazione razionale. l'ipnosi sembra intervenire poi nella regolazione del flusso sanguigno e di altre funzioni del sistema nervoso autonomo che normalmente non sono sotto il nostro controllo conscio. Si ha quindi la modificazione di organo e d'apparato che porta alla risoluzione della sintomatologia interessata. Per quanto riguarda specificatamente la dermatologia ed in modo particolare la psoriasi si riscontra come la pelle, ricca di terminazioni nervose, è particolarmente sensibile alle sollecitazioni dell'inconscio e di conseguenza a modificazioni morfo-funzionali cutanee.Infatti i pazienti beneficiano ampiamente delle visualizzazioni proposte, che si vanno ad inserire costruttivamente in sensazioni di benessere di freschezza o calore e di rilassamento cosi come paricolari visualizzazioni in cui la cute assume diversi stati ad esempio: si fa immaginare al paziente di avere la stessa pelle che aveva da bambino o quando non aveva i sintomi ora presenti, oppure si suggerisce al paziente che le irregolarità della pelle cosi come le squame o le bolle vengano a seccarsi lasciando il posto a strati di derma nuovo e sano. In più l’ipnositerapia agendo sullo stao ansioso del soggetto ne riduce la conseguente componente emotiva determinando uno stato di rilassamento e tranquillità (componente importante nel ridurre le lesioni cutanee ed il prurito). Naturalmente esistono delle possibilità in cui il trattamento ipnotico non sia soddisfacente ma la cosa interessante è che dai dati statistici provenienti da anni di sperimentazioni si è comunque visto che i successi superano adeguatamente gli insuccessi ciò dovrebbe indurre sia gli operatori del settore che i pazienti a intraprendere e proseguire in tali direzioni terapeutiche. Shenefelt PD, autore dello studio conclude che, pur non essendoci ancora dati certi per affermare che l’ipnosi possa diventare la terapia d’elezione in casi del genere, viene comunque dimostrata la sua efficacia come coadiuvante, soprattutto nei casi più resistenti e dove vi sia un significante fattore emozionale nello scatenamento della psoriasi stessa .

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Ipnosi e Sistemi di Controllo e Supervisione dell’Attenzione.Dr.Emanuele Mazzone 22/02/2010
a) Il Ruolo dell’Attenzione nell’Ipnosi.

Il fenomeno ipnotico si caratterizza per una particolare flessibilità cognitiva, per lo stato di attenzione modificata, per il pensiero dominato dal processo primario e per la ricettività dell’Io. Durante l’ipnosi, si assiste alla modificazione momentanea e funzionale delle sensazioni, delle percezioni, dei pensieri, della consapevolezza, della memoria e dei comportamenti. La trance ipnotica è strettamente interrelata alla fisiologia ed alla struttura del sistema nervoso, centrale ed autonomo e connessa con i tratti personologici, con le aspettative del soggetto, con il contesto e con la qualità della relazione con l’ipnotista (Ducci, 2004). Non è possibile esaminare il ruolo dell’attenzione nella fenomenologia ipnotica, in maniera avulsa rispetto alla struttura ed alla fisiologia del sistema nervoso. Procedendo idealmente in direzione caudo–rostrale, lungo il sistema nervoso centrale, si osserva una sequenza di cinque stratificazioni anatomiche ben differenziate (Edelman, 1992) e nello specifico: mielencefalo e metencefalo, mesencefalo, diencefalo, e telencefalo. Il telencefalo è ricoperto dalla corteccia cerebrale ed assolve alle funzioni più complesse, come, dare inizio ai movimenti volontari, interpretare gli input sensoriali e mediare diversi processi cognitivi come l’apprendimento, il linguaggio e il problem solving (Pinel, 1992).La corteccia cerebrale ricopre gli emisferi e ripiegandosi forma giri, scissure e solchi, che consentono di suddividere ciascuno degli emisferi in quattro lobi: frontale, temporale, parietale ed occipitale. Un’area estesa e non ben definita del lobo frontale, la corteccia prefrontale, è coinvolta in quelle situazioni funzionali correlate con i concetti di personalità, di previsione e di intuito (Nolte, 1991). La corteccia prefrontale è la più recente filogeneticamenete, appare coinvolta nella regolazione dei processi attenzionali ed è inibita durante la trance (De Benedittis, 2004). Riprendendo la concezione del “cervello trino” (De Benedittis, 2004), si può suddividere il sistema nervoso in tre aree funzionali. La prima, il “complesso rettiliano”, è costituita principalmente dalla formazione reticolare ascendente, che svolge funzioni vitali primarie. La seconda, è costituita dal sistema limbico, che posizionato intorno al diencefalo costituisce il “cervello viscerale” del “mammifero antico”. Le strutture diencefaliche, in particolare il talamo, sono centri di primaria importanza nel sistema sensitivo e motorio. Il sistema limbico esprime la propria funzionalità nella regolazione delle risposte emotive e comportamentali ed essendo connesso con le strutture del “complesso rettiliano” e con quelle neocorticali rende possibile l’interpretazione degli stimoli, esogeni e endogeni, contribuendo alla strutturazione della visione della realtà propria di ogni individuo. Alcune strutture limbiche come la corteccia cingolata, l’ippocampo e l’amigdala, risultano coinvolte anche nel processo ipnotico (De Benedittis, 2006). L’ultima area funzionale è quella della neocorteccia, ovvero il cervello del “mammifero recente”, deputata alle funzioni cognitive superiori.


Strutture principali del sistema limbico: il talamo anteriore, l’ipotalamo e i corpi mammillari, l’ippocampo, l’amigdala, il setto, il fornice e la corteccia cingolata. Sono illustrati anche i bulbi olfattivi che sono connessi a diverse strutture limbiche (Pinel, 1992).

Alla luce di quanto esposto fino ad ora è lecito ipotizzare che l’importanza evolutiva dell’attenzione si esprima nel ruolo trasversale svolto dai meccanismi attentivi nell’integrare armoniosamente i tre livelli funzionali, “arcaico”, “viscerale” e cognitivo, selezionando i dati provenienti dalle pulsioni, dai dati sensoriali e dalle esperienze acquisite, programmando il comportamento di risposta adeguato. Il controllo di tale funzione aggregativa risiede principalmente nella corteccia prefrontale, che svolge un ruolo determinante nel controllo sull’attività cognitiva ed istintuale (Faglioni, 1995).
Nella trance ipnotica, in virtù della maggiore flessibilità cognitiva, si assiste alla momentanea e reversibile sospensione dei meccanismi di controllo cognitivi superiori e tale processo, definito di dissociazione, causa la perdita momentanea della capacità di integrazione tra il livello cognitivo e quello emotivo-motivazionale (Gruzelier, 2006). Questo stato alterato di coscienza, che definiamo ipnosi, è uno stato psicofisico dinamico, caratterizzato dalla prevalenza di funzioni immaginativo - emotive, su quelle critico - intellettive e da fenomeni ideoplastici che ratificano l’avvenuto processo di dissociazione. L’ipnosi appare quindi come il risultato della sospensione parziale della funzione integrativa, con la conseguente emersione di sub-routines comportamentali ed affettive, archiviate a livello sub-corticale (Santoru, 2006).

¨Dr.Emanuele Mazzone- Psicologo, Musicoterapeuta, Psicoterapeuta, Società Italiana d’Ipnosi (S.I.I.).
Psicologia quantica, una disciplina attuale per l'uomo futuro- Un approccio psicologico che affonda le radici nella fisica quantistica-di LUIGI MONDO & STEFANIA DEL PRINCIPE 14/02/2010

Sì, ci rendiamo conto che il termine “psicologia quantica” potrebbe spiazzare, tanto è impregnato di significato quanto, tuttavia, enigmatico.
Proprio per questo motivo, e per dare modo di comprendere di cosa si tratta e delle potenzialità intrinseche, ci siamo rivolti all’esperto, il dr. Francesco Facchini, Ricercatore, Psicologo Clinico-Psicoterapeuta, collaboratore esterno del gruppo di lavoro dei Laboratori Intelligenza Artificiale ENEA –Frascati (Consiglio Nazionale Ricerche).

Dr. Facchini, lei utilizza un nuovo approccio alla psicologia classica. Si chiama “psicologia quantica”, vuole spiegarci meglio di cosa si tratta?
«La Psicologia Quantica è un nuovo indirizzo che fa proprie le più recenti conoscenze della fisica quantistica, la quale ha in pratica veritato l’esistenza del Mondo 3 di K.Popper ed il Mondo delle Idee universali di Platone.
Da alcuni assunti di essa, si giunge a reinterpretare l’umano nella sua struttura costitutiva ed il rapporto fra questi e la realtà fattuale.
L’individualità e l’identità di ciascuno, non sono più legate soltanto a mente e corpo, ma sono determinate anche da due altri centri energetici infinitesimali di tipo coscienziale, chiamati OntoSè (Sé ontologico) e OmnEssente (o Essere relativo). La loro plausibilità deriva dal fatto che la coscienza dell’umano (non lo stato conscio mentale), non consiste in un epifenomeno del cervello, ma è una proprietà della natura universale, quindi indipendente da esso.
Cervello e mente operano in stati quantistici e questi ultimi non obbediscono alle leggi della fisica classica, bensì a quelle del non-localismo, della sovrapposizione di stati quantici indeterminati, con effetti tunnel e complementarità probabilistiche onda-particella. Si deve cioè tener conto di una realtà premateriale paradossale, della discrezionalità delle microparticelle e del loro modo di comunicare a distanza.
Lo stesso passaggio da stati mentali inconsci a consci, va oggi pensato come l’equivalente psichico della transizione in fisica da stati quantici indeterminati a determinati. Per esempio, la creatività è tanto più elevata, quanto più la psiche è capace di trarre dagli stati quantici intrecciati sovrapposti indeterminati, quella soluzione unica rispetto a tutte le possibilità compresenti, nella condizione di non-tempo aspaziale del piano di realtà implicato.
Secondo R. Penrose “pare che noi abbiamo una cosa immateriale che può influire sul mondo materiale”(1) . Appare così emblematico che la funzione d’onda dei quanti in fisica, si esprima con la lettera psi (ψ) = forza che indirizza.
La Psicologia Quantica differisce dalla psicologia tradizionale perché indaga una dimensione dall’altra ignorata, che precede la nostra come fondante matrice. Quindi l’individuo non viene pensato come isolato dal tutto che lo contiene e che energeticamente lo costituisce: il prima è la condizione di ogni poi. Invece, per il suo materialismo isolante, la psicoanalisi è stata giustamente definita da Emanuele Severino “…una delle figure essenziali del nichilismo”(2)».

Com'è nata l'idea della psicologia quantica, cosa le ha fatto presupporre che quando si ha di fronte un essere umano ci sono altri fattori da considerare oltre il corpo e la mente?
«In fondo è stato facile; c’era già tutto pronto ed occorreva soltanto collegare le fonti. Attraverso lo studio comparativo dei risultati che potevano collegare la fisica quantistica, le neuroscienze, l’epistemologia, la psicologia su basi quantiche e la filosofia tra loro, si è presentata la possibilità di reinterpretare sia il senso della realtà globale, sia il modo di immaginare la costituzione dell’umano e le modalità per curarlo da un punto di vista esistenziale.
La prima evidenza è che la persona funziona come un sistema cibernetico, costituito da varie unità specifiche non solo organico-materiali, ma anche energetiche infinitesimali, come quelle prima da me citate. L’energia premateriale porta informazione ai sottosistemi e da questi viene processata partendo dalle unità prementali, poi verso la mente, al cervello ed agli organi. Pertanto esistono punti di connessione “entangled” fra tali energie ed il cervello che controlla i canali neurovegetativi.
La conseguenza è che immettendo un certo tipo di informazione speciale non generica con le cure, tutto il sistema cyber entra in risonanza e lavora in fase.
Se la psicoterapia è curare mediante un sapere vero e certo che procuri con-sapevolezza, allora solo conoscere ciò che è plausibilmente corretto, preserva dalla patologia. Dunque la Psicologia Quantica propone al paziente non solo la discussione delle sue credenze condizionate, spesso confuse e stereotipate, non rinserrandolo entro l’angusto ordine materiale, ma lo informa sull’esistenza sondata dai Premi Nobel, di un altro piano di realtà premateriale operante con il nostro: quello che lo precede storicamente.
Se ne sono accorti anche i costruttori di robots nel mondo, che dare alla macchina una forma di larvata intelligenza non può bastare, perché nell’umano esiste un componente coscienziale ulteriore, ancora difficile da individuare per noi, che opera con quella.
Dalla Psicologia Quantica è poi nata la Sciriterapia che ne rappresenta la conseguenza logica sul piano operativo-metodologico curativo.
Essa pone come punti di riferimento i seguenti:
- ciò che è materiale non è l’unica forma di realtà esistente;
- esiste un piano di realtà energetica che precede e che ci costituisce (ordine implicato di D.Bohm);
- la coscienza è energia-informazione di quell’ordine e caratterizza in particolare l’umano;
- nel Campo di Energia Unificato, le energie subquantistiche agiscono prima e fuori da tempo e spazio;
- l’OmnEssente e l’OntoSè rappresentano le modalità con le quali l’energia-coscienza-informazione entra in contatto e si attua nella persona, operando accanto a mente e corpo.
Per reinterpretare al meglio il paziente, bisogna oggi intendere i percorsi del suo pensiero come fossero traiettorie delle particelle in fisica, per ottenere così un’ulteriore chiave di lettura della dinamica psichica. Per questo Antonino Ferro raccomanda al terapeuta una posizione indeterminata, nel campo biunivoco bipersonale con il paziente(3)».

Il suo concetto si basa sul fatto che la realtà non è solo ciò che osservano i nostri occhi, ma è formata da più livelli, alcuni dei quali non percepibili. Un’energia non visibile, dunque, determinerebbe il mondo fisico attuale?
«Le idee meccanicistiche cartesiane-newtoniane e le leggi classiche non valgono nel piano di realtà implicato, poiché esso le vìola. Colà gli oggetti della realtà sono e non-sono contemporaneamente. Oggi dobbiamo concepire la realtà totale in modo olistico e sistemico, perché non si può più parlare di divisione in parti costitutive di quella, ma di relazioni inscindibili ed interdipendenti a rete. Il nulla non esiste e nemmeno il caso (E.Lorenz, B.Mandelbrot); tutto ciò che vive è legato da una coerenza di relazioni reciproche. Il cosiddetto “vuoto quantistico” originario dei fisici è il contenitore più pieno che c’è (oltre duecento tipi di particelle fondamentali). Tutto ciò che si determina fattualmente e visivamente nel piano materiale, è contenuto prima in una condizione atemporale puramente energetica (sotto il livello dell’atomo) e solo una possibilità fra tutte si concretizza ogni volta presentandosi al tempo ed allo spazio, mediante il collasso della relativa funzione d’onda. Per questo i quanti non sono “cose” ma pezzi d’azione (J.von Neumann) e nel moto perenne delle energie fondamentali, non vale più la legge classica del vero-falso con il terzo escluso, poiché ivi occorre includere il probabile (W.Heisenberg). Per R.Feynman (P.Nobel 1965) i fotoni hanno un’intenzionalità ed un margine discrezionale “Il più grande mistero della fisica”.
Ora, il Big Bang da cui è nato il nostro universo, si è originato da un accorpamento delle energie subquantistiche presenti nell’ordine implicato, prima di spazio-tempo e materia. Ciò significa che se quelle sono i mattoni costitutivi di tutto ciò che è materiale, allora esse devono essere anche presenti nella nostra struttura corporea con una funzione.
Ulteriore conseguenza logica è che non solo la materia e quindi i corpi ne sono influenzati, ma anche la mente che nasce originariamente dal cervello (il quale è materia). Da tali assunti derivano conseguenze a catena anche sulle interpretazioni cosmologiche (Barrow-Tipler), sull’interpretazione metafisica della realtà globale e del collegamento di senso fra la vita umana ed il tutto che la contiene. Ma notevoli ricadute si hanno proprio sulla psicologia contemporanea e nel modo di curare».

La psicologia normale parla del sé e interviene su di esso, su cos’altro agisce, invece, la psicologia quantica?
«La Psicologia Quantica ammette che la mente possa generare un suo Sé appunto mentale, ma non ritiene che questo costituisca l’unico tipo di Sé operante in noi, poiché ne ipotizza un altro di natura extramentale imperitura, da riferirsi all’energia-informazione infinitesimale originaria che costituisce strutturalmente l’umano. Inoltre, intendendo il paziente nella sua dimensione ontologica, si agisce attraverso quell’OntoSè chiamato in causa soprattutto nelle nevrosi esistenziali e psicosomatiche. Curare una persona significa creare un rapporto con la sua unicità, che non può esaurirsi nella sola biunivocità mente-corpo, poiché questo binomio è impermanente, mentre invece le energie coscienziali-informazione operanti in noi, non sono soggette a consunzione biologica del piano materiale. Persino un materialista ateo come S. Freud, ammetteva che è impossibile che questioni psichiche esistenziali trascurate, non intacchino prima o poi il sistema nervoso e gli organi, attraverso una traslazione somatica. Qui l’intervento sulla dinamica psicosomatica meriterebbe ampio spazio, ma ora ci limitiamo a dire che l’informazione può rifasare la comunicazione intercellulare con moti sincronici coerenti e per questo la mia proposta è di reinterpretare la psicologia freudiana sulla base delle leggi fisico-quantistiche (es. nel Processo Primario).
In senso lato, la conoscenza non generica ma mirata, determina la spinta all’apprendimento ed aumenta la consapevolezza, orientando il cambiamento. Questo perché un certo tipo di conoscenze favorisce il processo con il quale i vari componenti costitutivi del sistema cibernetico, relazionano reciprocamente. Tali relazioni vengono pertanto rese qualitative dal tipo di conoscenza immessa con la terapia, poi processata dal sistema. In tal modo diviene più evoluto anche il dominio cognitivo del soggetto. In altri termini, l’aumento qualitativo della coscienza relativa contenuta nell’OntoSè, ricostituisce quella potentia energetica aristotelica (energia potenziale), in grado di preservare la salute psicofisica attraverso le trasformazioni positive, quanto-atomico-molecolari-cellulari e biochimico-elettromagnetiche dell’organismo».

I concetti che utilizzate, quindi, non provengono solo dalla psicologia e dalla fisica, da dove anche?
«Alcuni concetti li ho creati io, come anche alcuni termini che non esistevano prima, come conseguenze degli studi incrociati svolti in 25 anni di professione. Anche il sostantivo per ora nuovo di OmnEssente, composto dal latino omnes e da essente, serve ad intendere un ente energetico organizzato come un tutto, autosussistente ed autoreferente di natura premateriale.
Con OntoSè ho voluto rappresentare il carattere non mentale di tale centro coscienziale, riferendolo appunto alla dimensione ontologica, quella che pone il problema parmenideo dell’Essere come principio, supportato oggi dalle conoscenze fisiche.
Nei miei testi si fanno ampi riferimenti ai concetti ed alle opere di tanti scienziati, molto conosciuti anche dal grande pubblico e provenienti dalle più diverse discipline ed àmbiti di ricerca. Entro l’anno dovrebbe uscire l’ultimo mio studio sull’OmnEssente, nel quale includo concetti e linguaggi inusuali per la psicologia tradizionale, perché tratti dalle teorie dei sistemi cyber e dai laboratori di Intelligenza Artificiale con i quali collaboro».

Qual è l'atteggiamento dei suoi colleghi nei confronti di questa nuova frontiera della psicologia?
«Non essendo facile far conoscere le nuove ricerche di confine come quelle che propongo e pubblico da alcuni anni, il mondo della psicologia non si è ancora accorto pienamente della rivoluzione culturale che gli si prospetta, anche se ne percepisce l’approssimarsi. Occorrerebbe poter divulgare il cambiamento di paradigma della nuova coscienza in atto (T.Kuhn) con seminari e conferenze. Molti colleghi non fanno lo sforzo di cercare strade nuove e preferiscono fare il compitino non uscendo dal rassicurante orticello delle cose trite da oltre un secolo. Comunque coloro che conosco o mi conoscono anche indirettamente, resi informati in merito, mantengono in genere un atteggiamento misto di curiosità e scetticismo, ma sempre con ammirazione, esortandomi a continuare su una strada che è comunque irta di ostacoli. Ho ricevuto in questi anni diverse e-mail da tutta Italia, anche da persone che non conoscevo, che si complimentavano e si dicevano affascinati; solo uno mi ha contestato, ma non era psicologo».

Se una persona è interessata a questo genere di terapia a chi può rivolgersi? Le sedute possono essere svolte in tutta Italia o solo presso la sua sede?
«Per quanto detto prima circa le difficoltà di informare e di far penetrare il messaggio, non vi sono per ora centri in Italia che curano con i criteri della Psicologia Quantica, eccetto il Centro Umanistico di Solidarietà di Ciampino (RM), anche perché gli psicoterapeuti dovrebbero prima venire seriamente formati. Intanto debbo ringraziare voi giornalisti de La Stampa, che date risonanza ed opportunità a proposte come queste. Quando ho presentato un workshop al Ministero della Salute per ottenere le autorizzazioni, mi è stato giustamente risposto che essendo queste teorie molto recenti, occorrevano elementi di pratica clinica diffusa e consolidata sul territorio nazionale, per i quali presumo occorrano almeno venti anni. Le basi teoriche le ho costruite e provate in 25 anni di professione, ma la loro pubblicazione inizia solo dal 2005(4). Non so quanti psicoterapeuti in Italia stiano intanto da soli applicando le mie teorie nel lavoro; sicuro è che con successo le sta ponendo in atto il loro … creatore (!)».

1) R. Penrose: La mente nuova dell’imperatore. – Rizzoli, Milano 1992.
2) E. Severino: Identità della follia. – Rizzoli, Milano, 2007.
3) Contributo in: E. Gaburri: Il campo gruppale. – Borla, Roma 1998.
4) Armando Editore, Roma: Psicologia Quantica, Sciriterapia, Psicologia Microcosmica, La dimensione onto-psicosomatica, Oltre il limite.

Chi è Francesco Facchini:
E’ titolare di uno studio di ricerca in Psicologia Clinica e Psicoterapia ad indirizzo cognitivo-comportamentale ed umanistico-esistenziale. Pirobata, si è laureato all'Università di Padova dove si è specializzato in Biofeedback-Tecniche Comportamentali, mentre a Milano ha ottenuto le specializzazioni in Medicina Psicosomatica, in Ipnosi Clinica ed il Master Professionale Automotivatori. Già Istruttore nell’Artiglieria Alpina dell’Esercito, ha collaborato con Amministrazioni Comunali, Direzioni Didattiche, Emittenti locali, Società sportive ed ha redatto articoli per diverse riviste specializzate.
E' iscritto all'Albo Nazionale ed all'Ordine lombardo degli psicologi psicoterapeuti libero-professionisti nel quale è accreditato esperto in psicologia clinica, specialista in psicoterapia. Specializzatosi anche in Psicologia Giuridica, opera come Consulente Tecnico di Parte abilitato al ruolo di Consulente Tecnico di Tribunale. Collabora inoltre con il Movimento neoumanista “Uomini e Idee”, svolgendo attività di ricerca comparativa ed integrativa fra psicologia clinica, neuroscienze, fisica quantistica, epistemologia e filosofia, per proporre nuovi orientamenti terapeutici nelle psiconevrosi di matrice esistenziale.
In qualità di ricercatore umanistico è stato ospite all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (I.N.F.N.) dove ha espresso le sue tesi e collabora con l’Ente Nazionale nuove tecnologie Energia Ambiente (ENEA) del Consiglio Nazionale Ricerche (C.N.R. di Frascati - Laboratori Intelligenza Artificiale). Si occupa dei malati con Sclerosi Laterale Amiotrofica ed è stato ospite relatore presso Retebrescia, Brescia Punto TV ed in varie Emittenti radiofoniche. E’ l’ispiratore, co-fondatore e Presidente Onorario del Movimento Universo Umanista.
Per maggiori info: http://www.francescofacchini.eu/

Alcune sue pubblicazioni:
“La dimensione onto-psicosomatica - Nuovi orizzonti nella psicoterapia” - Armando Editore, Roma 2005;
“Psicologia Quantica - La dimensione dell'Essere” - Armando Editore, Roma 2005;
“Sciriterapia - La cura del sapere integrato” - Armando Editore, Roma 2005;
“Psicologia Microcosmica - Coscienza-pensiero nell’energia subatomica” - Armando Editore, Roma 2006;
“Oltre il limite - Genesi e declinazioni della coscienza” - Armando Editore, Roma 2009.

Si ringrazia Laura Pecoraro per la collaborazione.
Il valore della sofferenza:un approccio orientale-Ià parte 12/11/2008 30/01/2010
Un approccio Orientale alla sofferenza psichica.
A cura di Mario Talvacchia Psicologo, Psicoterapeuta, studioso di Psicologie e Filosofie D’Oriente



È possibile che prendendo atto della propria sofferenza psichica sia possibile superare modelli comportamentali nevrotici e liberarsi da un senso negativo di sé profondamente radicato? La sola consapevolezza è di per sé sufficiente? Quanto gli insegnamenti Orientali sulla sofferenza, sull’illusione e sul non attaccamento possono aiutare lo psicoterapeuta moderno a districarsi all’interno del mondo psichico del paziente aiutando lo stesso a riappropriarsi dei ricordi, ad elaborare emozioni dolorose e a dare una nuova direzione alle energie distruttive?
Questo articolo è il tentativo di riflettere su questi interrogativi…non certo di rispondere.
Il grande psicologo americano William James rimase colpito dal livello di raffinatezza psicologica del pensiero buddista e predisse che questo avrebbe esercitato un grande ascendente sulla psicologia occidentale; dopo oltre cinquant’anni dalla sua profezia quest’influsso è sotto gli occhi di tutti.
James comprese qualcosa che le successive generazioni, influenzate dalla psicoanalisi, non compresero: la dimensione psicologica fondamentale dell’esperienza spirituale buddista; “tutto ciò che si manifesta nella psiche deve essere fatto oggetto di consapevolezza. È qui l’incontro con la psicoterapia; la consapevolezza e il rallentamento richiesto dalla stessa sono al servizio di un esame più approfondito della mente quotidiana.
Si tratta di un lavoro sulla psiche, sul senso di vuoto e di falsità che spinge le persone a idealizzare o svalutare se stesse, fino alla costruzione di un senso d’identità confuso e alienato.
Il merito della psicologia buddista è quello di aver riconosciuto la necessità di liberarsi dalle emozioni distruttive ma, cosa ancora più importante, al tempo stesso di come questa libertà venga da una consapevolezza di quelle stesse emozioni di cui cerchiamo di liberarci, una consapevolezza speciale in quanto “non giudicante”.
Molta sofferenza psichica origina dalla estenuante ricerca del piacere che per sua stessa natura è fugace, non può essere mantenuto all’infinito e il suo appagamento ci riporta ad uno stato di bisogno, di inquietudine, di desiderio e tensione.
Spesso si è alla ricerca insaziabile di soddisfazioni impossibili, ossessionati dai nostri desideri fantasmatici con i quali bisogna venire a contatto.
La condizione centrale del regno umano è che l’uomo non sa veramente chi è; lo psicoanalista D. Winnicot scriveva che “ogni individuo è isolato, costantemente ignoto, di fatto non scoperto”.
L’uomo avverte dunque un vago e inquietante senso di vuoto, di in autenticità, di alienazione..di insicurezza, ed è costretto a costruirsi quello che lo stesso Winnicot chiama un “falso sé” nel tentativo di sentirsi reale, per far fronte ad una situazione impossibile.
Lungo il percorso psicoterapico il terapeuta dovrebbe accompagnare il paziente verso un lento e graduale apprendimento di un altro modo di entrare in relazione con questo falso se e con le emozioni di ogni dimensione; esiste dunque un modo di trasformare la sofferenza modificando il modo di entrare in contatto con essa, grazie alla comprensione che trasforma.
La psicologia del buddismo riflette tanto sul quel profondo senso di “insoddisfazione totale” che pervade il nostro essere; tutti noi siamo rosi da un senso di imperfezione, di insostanzialità, di incertezza e di inquietudine, allo stesso tempo vorremmo che il disagio si risolvesse per incanto.
La nostra identità non è mai così definita come pensiamo dovrebbe essere. Come Narciso rischiamo di attaccarci a quest’immagine di completezza per alleviare il senso di irrealtà da noi avvertito, ma a Narciso quest’attaccamento all’immagine di perfezione costo la vita.




Come primo passo potremmo familiarizzarci con questa identità fragile e insostanziale; nessuno vuole ammettere dinanzi a se stesso la propria insostanzialità, e allora si fa di tutto per proiettare un’immagine di completezza e di autosufficienza.
Winnicott diceva che tutti si impongono una coerenza per sopravvivere, ma non ci rendiamo conto che potrebbe essere proprio la rigidità di questo “falso sé” a far si che perduri il disagio e l’insoddisfazione.
Questo “falso sé” che costruiamo ha due polarità; il sé grandioso che si sviluppa per compiacere alle richieste dei genitori e ha continuamente bisogno d’ammirazione, e il sé svalutato, solo e immiserito, alienato e insicuro, consapevole soltanto dell’amore che gli è stato negato. Il sé grandioso, seppur fragile e dipendente dall’ammirazione degli altri, si crede onnipotente o autosufficiente, e quindi si ritira nell’isolamento o nella distanza emotiva, il sé svalutato si aggrappa disperatamente a ciò che pensa possa alleviare la sua inconsistenza o si rifugia in un vuoto desolato dove rimane inavvicinabile, e che rinforza la sua convinzione di non valere niente.
Riassumendo potremmo dire che l’idea centrale parla di uno stato originario di perfezione, immaginario o reale, a cui la persona aspira ma che rimane irraggiungibile; la persone deve trovare il modo di tollerare il proprio innato senso di incertezza.
La psicologia buddista postula un’insicurezza esistenziale di fondo e invita, paradossalmente, a non aggrapparsi con forza ad immagini rigidamente costruite, ma a coltivare il “dubbio”; non ci sarebbe bisogno di un’identità così forte e rigida per sopravvivere.
I dubbi sul sé sono inevitabili e si presentano via via lungo il processo di maturazione; invece di soffocarli potremmo provare ad esplorarli, entrando nel dubbio anziché fuggirlo, accettare le incertezze che altrimenti cercheremmo di risolvere.
È proprio la sete di certezze, questa errata percezione del sé che tanto confondono la mente creando sempre maggiore disagio; nel tentativo di salvare l’illusione della sicurezza, l’io si affanna tra i due estremi della pienezza e del vuoto, sperando che l’una o l’altro gli forniscano la protezione necessaria.
Per tutti “è estremamente difficile sostenere un senso di assenza senza trasformare quell’assenza in una presenza di qualche sorta”, scrive lo psicoanalista A. Phillips.
Nella visione buddista, un essere realizzato ha compreso la propria mancanza di un vero sé, e non si tratta di una condizione psicotica, anche se potrebbe sembrare.
L’esperienza del vero sé che tanto preoccupa l’occidente è possibile, nella forma più diretta, grazie al riconoscimento della “vacuità” del sé, ovvero della sua insostanzialità.
Questo avviene grazie alla consapevolezza delle numerose manifestazioni del sé, grazie alla capacità di diventare consapevoli delle immagini del sé senza crearne di nuove.
Tutto ciò è molto difficile in quanto è presente il tentativo di ricreare o di riconquistare quel sentimento originario di perfezione infantile da cui siamo stati tutti inesorabilmente separati; pretendiamo solidità basandoci sul quel senso dell’io di cui un tempo abbiamo fatto esperienza sul seno materno.
La psicoterapia buddista lentamente porta alla scoperta delle illusioni inconsce che coltiviamo sul sé, i desideri fondamentali, e metterli a nudo, dissipando l’ignoranza e scoprendo la natura immaginaria del sé.
Fin qui sembrerebbe che l’esperienza della consapevolezza porti gradualmente ad uno stato di sgretolamento dell’identità simile a quello vissuto nelle psicosi. Non è così perché lo sviluppo della capacità di essere presente momento per momento alla natura della mente, tipica della meditazione e dell’addestramento mentale buddista, permette di fare esperienza del sé senza distorsioni dell’idealizzazione o della fantasia illusoria. Anziché incoraggiare un sé consolidato la concezione buddista vede una capacità di integrare in maniera flessibile le esperienze potenzialmente destabilizzanti di in sostanzialità e di impermanenza.



Di fondamentale importanza è aiutare la persona a trovare un modo per restare con le proprie angoscie senza affrettarsi a soffocarle….non permettere la fuga dalle emozioni ma creare un contenitore adatto ad accogliere e a far sperimentare l’emozione.
L’esperienza della vacuità del sé non richiede l’annullamento delle emozioni ma solo che si impari a farne esperienza in maniera diversa.
Le persone sono talmente abituate e preoccupate di abbandonare i propri sentimenti negativi che non ne sperimentano mai l’insostanzialità.
Il buddismo insegna un nuovo modo di stare con i propri sentimenti, grazie alla sospensione del giudizio pur continuando a mantenere il contatto con gli oggetti dell’esperienza, in questo caso con le emozioni negative.
La psicoterapia bubbhista prende come punto di partenza la mente quotidiana, una mente non educata, e mira allo sviluppo di un particolare atteggiamento; la consapevolezza di ciò che realmente avviene a noi e in noi…non cercando di cambiare qualcosa, ma osservando la mente, le emozioni, il corpo. Questo tipo di attenzione non giudicante è di per se terapeutica….se si riescono a scindere le reazioni personali dai semplici eventi in sé.
Anziché fuggire le emozioni penose o aggrapparsi a quelle piacevoli, si impara a contenere qualsiasi reazione facendole spazio e non identificandovisi completamente.
Solo rimanendo con le emozioni distruttive possiamo vederle, viverle e accettarle veramente…possiamo rimanere in compagnia dello spiacevole.
In Occidente la grande intuizione di Freud fu quella che era possibile sospendere, nel setting terapeutico, quella che chiamava la “facoltà critica”….per prestare attenzione a tutto ciò che emergeva.
Non dovremmo, dunque, eludere lo spiacevole ma accettarlo…accettare qualunque cosa emerge e entrare, come diceva Winnicott, in “uno stato in cui non vi è da reagire il sé può cominciare a esistere”.
Lentamente, rimanendo in compagnia di un dolore dal quale di solito ci si ritrae è possibile arrivare a una trasformazione tale da sentire come lo spiacevole non và per forza rifiutato.
Si parla di un atteggiamento di maggiore apertura nei confronti dei conflitti interni, una maggiore capacità di accoglienza, di un maggiore spazio psicofisico tale da ospitare diverse emozioni; rimanere con tali esperienze percependone la transitorietà, l’impermanenza.
Per non cadere in malintesi o fraintendimenti non si finirà di ripetere che tali esperienze richiedono un “io” , in senso psicoanalitico, capace di contenere e di integrare vissuti che di solito producono una destabilizzazione violenta.
Degli aspetti psicoterapeutici più precisi e di tecniche si parlerà nella seconda parte dell’articolo.
Risultati sondaggio: le future mamme scelgono il corso pre parto 16/11/2009

Pubblicato da Francesca Bottini in Corsi, Data Parto, Parto In Acqua, Parto Naturale, Primo Piano.
Lunedì, 16 Novembre 2009.

Il parto è uno dei momenti più belli nella vita di ogni donna ma anche uno dei più temuti e che generano ansia. Oggi chiudiamo il nostro sondaggio relativo al metodo scelto dalle future mamme per prepararsi a questo momento unico

Il 29 % delle nostre lettrici non ha dubbi: sceglie infatti il classico corso pre parto che grazie ad informazioni e tecniche di respirazione consente di affrontare un parto naturale con tranquillità.

Al secondo posto le tecniche Yoga: in questo caso il 17% delle lettrici sceglie questa amata disciplina orientale per aiutarsi durante il parto. A pari merito le Tecniche di respirazione e la Preparazione in acqua con il 14% delle preferenze: informatevi bene perché anche negli ultimi anni le possibilità di effettuare un parto in acqua sono sempre di più. Niente sofferenza per il 12 % che dichiara di non prepararsi al parto ma di scegliere l’epidurale così come il 7 % che anche senza epidurale, non è convinta dei corsi pre parto.

Il 5 % delle lettrici sperimenterà l’omeopatia mentre il 2 % l’ipnosi.
STUDIO INGLESE:Gli effetti dell'ipnosi sul cervello 16/11/2009

MILANO – Che cosa passa per la testa di una persona sotto ipnosi? Lo svela una ricerca britannica che sottolinea come nel corso di questa esperienza lo stato mentale sia riconducibile ad alcune zone precise del cervello.
LO STUDIO - I ricercatori della Hull University, in Inghilterra, hanno infatti monitorato l'encefalo di una serie di pazienti sotto ipnosi cui erano stati assegnati alcuni compiti, visualizzando ciò che accadeva sia durante lo svolgimento delle mansioni in questione sia nei momenti di intervallo. Successivamente è stato individuato un primo gruppo di dieci individui che aveva risposto in maniera forte al trattamento ipnotico da un secondo gruppo (formato da 7 individui) che aveva dato una risposta più blanda. La risonanza magnetica alla Hull University ha rilevato con precisione che l’ipnosi provoca una serie di cambiamenti di attività nelle aree prefrontale e parietale, aree cerebrali coinvolte, fra l'altro, nell’attenzione.
LE IMPLICAZIONI – La ricerca conferma altri studi in materia, dimostrando sul campo, grazie a un software che visualizza i cambiamenti che avvengono sotto ipnosi, l’effettiva intensità dell’attenzione nel corso del trattamento e la riduzione scientifica delle distrazioni. «L’ipnosi è un fenomeno reale», commenta William McGeown, a capo del team di ricerca ed entusiasta del proprio studio proprio perché capace di confermare scientificamente quella condizione speciale, sia psicologica che neurofisiologica, che in passato è stata talvolta banalizzata. Grazie anche a questo esperimento dunque non si potrà più confondere la suggestione ipnotica con una condizione di estrema rilassatezza.
L’IPNOSI – Molto in voga negli anni sessanta e settanta, l’ipnosi è tornata più recentemente alla ribalta nel trattamento delle dipendenze (per smettere di fumare o per perdere peso, ecc), ma nessuno aveva mai filmato il cervello nel pieno di un’ipnosi in modo così dettagliato e distinguendo con precisione le fasi relative allo svolgimento di altri compiti dalle fasi di «riposo».
Emanuela Di Pasqua
16 novembre 2009
Scoprire le radici dell'effetto placebo- 29/08/2009
Un team di ricerca tedesco ha mostrato che antichi percorsi neurali nel tronco encefalico sono coinvolti nell'"effetto placebo", il ben noto fenomeno medico che si verifica quando un paziente sente meno dolore dopo aver ricevuto quello che crede sia un analgesico ma è, in realtà, una sostanza inattiva dal punto di vista medico.

I risultati della ricerca, pubblicati sulla rivista Neuron, forniscono prove interessanti di come l'effetto placebo funziona in realtà e perché la previsione che una cura ridurrà il dolore può in effetti creare tale realtà.

Si pensa che l'effetto placebo sia dovuto al fatto che la persona crede che le sia stata somministrata una sostanza in grado di ridurre il dolore il che porta a una attenuazione del dolore. Come ciò avvenga non è stato mai spiegato appieno.

Il cervello produce sostanze chiamate oppioidi endogeni, che hanno un ruolo importante nel sollievo dal dolore e dall'ansia. Queste sostanze sono state implicate nell'effetto placebo. Studi con risonanze magnetiche per immagini sul cervello hanno mostrato che una sensazione di "analgesia placebo" stimola la produzione di oppioidi endogeni da parte delle regioni del cervello associate all'attenuazione del dolore. La sensazione è anche associata a una diminuzione dei segnali di dolore.

"Si è ipotizzato che l'analgesia placebo richiami anche il sistema di controllo discendente del dolore oppioidergico, che inibisce l'elaborazione del dolore nel midollo spinale e di conseguenza riduce le risposte legate al dolore nel cervello, portando a un'esperienza ridotta del dolore," ha spiegato il leader del team di ricerca Falk Eippert del Centro medico universitario Hamburg-Eppendorf in Germania.

Il team ha usato tecniche di imaging del cervello altamente sofisticate per esaminare le risposte della corteccia e del tronco encefalico in due gruppi di soggetti. A un gruppo era stato somministrato un farmaco chiamato naloxone che blocca la segnalazione oppioide e all'altro una semplice soluzione salina. Entrambi i gruppi credevano di aver ricevuto un analgesico.

Il team ha scoperto che il naloxone riduceva l'effetto placebo e la diminuzione delle risposte al dolore indotte dal placebo. Significativamente hanno anche scoperto che nel gruppo placebo, le aree della corteccia interagivano con le strutture del tronco encefalico coinvolte nel controllo del dolore. Queste interazioni dipendevano dagli oppioidi endogeni ed erano collegate alla forza degli effetti placebo provati.

"Tutte insieme, le nostre scoperte mostrano che la segnalazione oppioide nelle aree di modulazione del dolore e le proiezioni verso gli effettori a valle del sistema di controllo discendente del dolore sono importantissime per l'analgesia placebo," ha detto il dott. Eippert.
 

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