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Breve Storia Dell'Ipnosi
     

Breve Storia dell’Ipnosi
di Mario Talvacchia, Psicologo, Psicoterapeuta, Studioso di Filosofie e Culture D’Oriente

“Sulla base di dimostrazioni esaurienti, le ricerche storiche e antropologiche attestano come presso i popoli antichi e presso i primitivi fossero presenti molti metodi che, anche se in forma diversa, sono oggi impiegati dalla moderna psicoterapia. Quelle stesse ricerche indicano, inoltre, l’esistenza di numerose altre raffinate tecniche terapeutiche di cui non esiste la controparte moderna” (H. F. Hellemberger, La Scoperta dell’Inconscio, pag.1).
L’ipnosi, dunque, appartiene a quell’universo variegato di metodi utilizzati per far fronte a alla sofferenza umana; il suo utilizzo è antico quanto la storia dei tentativi terapeutici.
Sotto nomi e forme diversi l’ipnosi era certamente nota nelle più antiche culture primitive, e veniva usata non solo a scopo terapeutico ma anche divinatorio, l’ipnosi rappresentava un canale tra l’umano e il divino.
Lo sciamano, il profeta, il sacerdote, ricorrevano all’ipnosi per far fronte alle più disparate situazioni.
Gli studi di antropologia comparata e di etnopsichiatria parlano della possibilità che ogni forma di civiltà abbia sviluppato approcci terapeutici che oggi noi definiremmo ipnotici.
Non c’è dubbio che durante molti procedimenti di guarigione primitiva (richiamo dell’anima perduta, esorcismo, estrazione meccanica dello spirito, trasferimento dello spirito, confessione,ecc.) i pazienti cadessero in stati ipnotici o semipnotici.
Tuttavia non è ben chiaro se lo stato ipnotico sia volontariamente indotto dal guaritore o se esso non sia piuttosto un effetto collaterale del procedimento terapeutico. Non c’è dubbio però che alcuni stregoni fossero capaci di un uso conscio e intenzionale dell’ipnosi per ottenere guarigioni.
L’ipnosi costituisce, ad oggi, la spiegazione più plausibile delle descrizioni di strani poteri conferiti ai guaritori; ad esempio nelle culture egizie, greche e romane l’ipnosi viene descritta come “sonno magico”, questo per sottolineare l’atmosfera magica nella quale è da sempre avvolta la storia dell’ipnosi.
Secondo Ellemberger si può dedurre con sufficiente certezza che i principali fattori di guarigione, all’interno delle culture primitive, fossero legate alla capacità di suggestione e alla capacità di attivare rappresentazioni fantastiche da parte del guaritore.
Lo studio di Ellemberger spazia dalle culture mongolo-tibetane a quelle australiane, da quelle africane a quelle sudamericane, da quelle indonesiane a quelle indiane, da quelle Siberia a quelle eschimesi solo per citarne alcune.
All’interno della cultura cinese si parla di una tecnica terapeutica che utilizza l’incantesimo e il passaggio delle mani al di sopra del corpo del paziente; così come nell’Antico Testamento e nei Vangeli le guarigioni avvengono limitandosi a passare le mani sulla parte malata.
Questa concezione, dell’imposizione delle mani, si trasformerà nei cosiddetti “passi”, ovvero toccamenti e sfioramenti suggestivi ancor oggi utilizzati in alcune culture.
Questo per dire che l’ipnosi del passato era basata principalmente su concezioni mistico-suggestive, su poteri ottenuti tramite magia, e gli interventi terapeutici erano perlopiù fondati sulla suggestione, sull’autorità e sul carisma del guaritore; in sintesi si trattava di un’ipnosi costruita artificialmente dal carattere soprannaturale.
Con il passare del tempo l’ipnosi ha subito trasformazioni a volte profonde e radicali, gradualmente è venuto ridimensionandosi l’aspetto magico-suggestivo, e l’ipnosi con il tempo è riuscita sempre più a rispettare le qualità umane mettendo l’accento sull’emersione delle risorse individuali.
Qui si situa il confine tra la vecchia e nuova ipnosi, ma di questo si parlerà più avanti.




Ora sarà bene soffermarsi nel periodo storico tra il diciottesimo e diciannovesimo secolo, quando si inizia a parlare di ipnosi “scientifica”; ma tutto inizia dalla teoria del “magnetismo animale” formulata da Franz Anton Mesmer, un uomo che è stato paragonato a Cristoforo Colombo in quanto anche lui, come scrive Ellemberger, scoprì un nuovo mondo, rimase per tutta la vita in errore e morì profondamente amareggiato.
Mesmer si serve della teoria fisica del magnetismo (secondo la quale esiste un sottile fluido fisico che riempie l’universo e che forma un mezzo di connessione trà l’uomo e i corpi celesti e anche tra uomo e uomo; con l’aiuto di alcune tecniche il fluido può essere canalizzato e immagazzinato e così facendo si possono guarire malattie) per enfatizzare le componenti psicologiche di ogni guarigione e l’importanza del rapporto interpersonale nell’esperienza terapeutica.
Mesmer parlerà anche di “reciprocità magnetica” che anticiperà, di un secolo, le scoperte di Freud del “transfert” e “controtranfert”.
Anche se Mesmer, con i suoi metodi, assomiglia più a un guaritore del passato che non a un terapeuta moderno c’è da dire che la sua dottrina conteneva i semi di diverse concezioni centrali della moderna psicoterapia e dell’ipnositerapia: il magnetizzatore è l’agente terapeutico delle cure da lui ottenute visto che il suo potere risiede in se stesso, e per rendere possibile la guarigione egli deve prima stabilire un “rapporto” (rapport), ovvero entrare in risonanza con il paziente.
Mentre Mesmer stava incominciando a rivelare la sua dottrina ecco che uno dei suoi discepoli più fedeli, Amand-Marie-Jacques de Chastenet, marchese di Puysègur, fece la scoperta che cambiò la storia del magnetismo animale.
Mentre stava magnetizzando un giovane contadino di 23 anni, Victor, notò una crisi molto particolare; Victor cadde in un sonno strano, un sonno nel quale egli sembrava più attento e più vigile di quanto non lo fosse nello stato di veglia. Parlava a voce alta, rispondeva a domande e mostrava un’intelligenza maggiore.
Quando la crisi ebbe termine Victor non ricordava nulla, oggi parleremmo di amnesia post-ipnotica.
Puysègur chiamò questo fenomeno “sonnambulismo artificiale”, si vide anche che nel corso del trattamento si verificavano anche delle regressioni temporali.
Altre caratteristiche dello stato “ipnotico” sonnambulico erano la capacità di accedere a ricordi dimenticati (ipermenesia) e le sopraccitate “regressioni d’età” e “amnesia post-sonnambulica”.
Già si iniziano ad intravedere concetti centrali di quella che poi definiremo “moderna ipnosi”.
Puysègur comprese perfettamente il concetto di “rapport”, ovvero della peculiare relazione terapeutica che si sviluppa nel corso dell’ipnosi, e che diverrà uno dei capisaldi dell’ipnosi moderna e Ericksoniana.
Così facendo Puysègur sgombrò il campo da ogni idea legata al misterioso fluido magico tanto cara a Mesmer.
Dopo Puysègur è la volta di altri studioso che incominciarono ad introdurre nuovi concetti e nuovi metodi per lo studio del magnetismo.
Noizet, un ufficiale dell’esercito francese, enfatizzò la forza della “suggestione”, che era in grado di creare aspettative favorevoli e una reciproca fiducia tra magnetizzatore e magnetizzato.
Nello stesso periodo, primi decenni dell’ottocento, un sacerdote portoghese, che asseriva di provenire dall’India, aprì a Parigi una scuola di “sonno lucido”: il suo nome era Faria e sostenne con forza che il processo essenziale della magnetizzazione risiedesse non tanto nel magnetizzatore quanto nel soggetto magnetizzato. Più tardi Pierre Janet dimostrò che Faria, attraverso Noizet e Lièbeault, fù il vero antenato della Scuola di Nancy.
Come scrive Ellemberger “ un medico di Manchester, James Braid, rimase molto colpito dalle dimostrazioni date nel Novembre 1814 dal magnetizzatore francese Lafontaine. Dopo un iniziale scetticismo, ripetè gli esperimenti di Lafontaine e presto si convinse.




Egli rifiutò la teoria del fluido magnetico e ne propose un’altra, nuova, basata sulla fisiologia del cervello; adottando la vecchia tecnica di Faria e di Bertrand di far fissare la mano, faceva fissare ai pazienti un oggetto luminoso. Dandogli il nome, più adatto, di “ipnotismo” riuscì a rendere accettabile il magnetismo a certi ambienti della medicina, e tali ambienti giunsero ad attribuire allo stesso Braid la paternità della scoperta di quei fenomeni (H. F. Hellemberger, La Scoperta dell’Inconscio, pag.95).
Oltre a ciò Braid parlò di “monoideismo”, convincendosi che per l’instaurarsi dello stato ipnotico, fosse determinante la concentrazione su una singola idea.
Per un po’ il silenzio cadde sull’ipnosi, pochi studi e poco interesse intorno a questo fenomeno, il magnetismo e l’ipnotismo caddero in discredito negli ambienti medici fino a che, verso il 1880, diversi neurologi incominciarono di nuovo ad avvicinarsi allo studio dell’ipnotismo, dopo aver visto le esibizioni pubbliche in Germania, Belgio, Francia, Italia.
Questo nuovo ritorno d’interesse per l’ipnotismo indusse alcuni medici universitari, come il fisiologo Charles Richet, a condurre delle nuove ricerche; sorsero allora le due scuole che diedero un grande contributo alla nuova psicoterapia e psichiatria dinamica: la Scuola di Nancy e quella di Salpetrière.
Fu grazie a queste due grandi Scuole che l’ipnosi divenne di pubblico dominio.
Auguste Ambrosie Lièbeault, rappresentante della Scuola di Nancy, fu uno dei pochi che continuò ad ipnotizzare senza nascondersi, lui continuò a credere fermamente all’ipnotismo e a praticarlo con i suoi pazienti.
Lui insegnava che il sonno ipnotico era identico al sonno naturale, la sola differenza era che il primo era indotto per suggestione, facendo concentrare l’attenzione sull’idea di sonno.
Se Lièbeault può essere considerato il padre spirituale della scuola di Nancy, il suo capostipite reale fu Hippolyte Bernheim il quale, quando venne a contatto con il lavoro di Lièbeault, fu contagiato dalla passione per l’ipnotismo introducendola diffusamente nell’Ospedale Universitario di Nancy.
L’idea di Bernheim era che l’ipnosi fosse dovuta alla suggestione, cioè alla disposizione a trasformare un’idea in azione.
In opposizione a Jean-Martin Charcot, il più grande neurologo d’Europa e direttore dell’altra grande Scuola, quella della Salpetrière, Bernheim credeva che l’ipnosi non era una condizione patologica riscontrabile solo negli isterici; egli, con il tempo, si servì sempre meno dell’ipnotismo sostenendo che gli effetti che si potevano ottenere con tale metodo erano ottenibili anche per mezzo di suggestione allo stato vigile, un procedimento che la Scuola di Nancy chiamò “psicoterapia”.
Tra i molti visitatori che si recarono a trovare Bernheim e il suo gruppo di studiosi ci fu anche Sigmund Freud, che nel 1889 trascorse un periodo di soggiorno a Nancy, dopo aver visitato per alcuni mesi, tra il 1885 e il 1886, l’altra celebre Scuola francese di ipnosi, quella dalla Salpetrière diretta da Charcot; quest’ultima scuola considerava l’ipnosi una condizione prossima alla patologia
Ecco affacciarsi sulla scena uno dei più grandi esploratori della psiche, un uomo la cui opera assomiglia ad una grande città sepolta sotto le ceneri, uomo la cui opera fù una delle fonti principali per Freud, Jung e Adler.
Pierre Janet si chiamava; egli in primis mise in dubbio il ruolo esercitato dalla suggestione nell’ottenere le risposte ipnotiche, ruolo considerato primario da Bernheim.
Per lui fondamentale era il “rapporto” che si stabilisce tra paziente e ipnotista nel processo terapeutico. Egli sottolineò anche l’importanza dell’utilizzazione delle risorse personali del soggetto ipnotico; egli parlò di una concezione naturalistica della trance, quella che per Erickson è la common everyday trance, ovvero lo stato naturale e fisiologico della trance che si verifica quotidianamente in tutti.




L’influenza di Janet si estende anche all’ipnosi americana grazie ad una serie di conferenze tenute tra il 1904 e il 1906; di particolare rilievo è il concetto di automatismo psicologico secondo cui si verifica una condizione dissociativa, facilitata dall’ipnosi, che porta allo sviluppo di un nucleo subcosciente.
Nei successivi anni gli studi sull’ipnosi furono abbandonati per essere ripresi negli anni settanta; l’ipnosi è sempre più vista come una condizione naturale molto diffusa, che non è semplice differenziare dallo stato di veglia e che può presentarsi spontaneamente e ripetutamente nel corso della giornata.
Dal punto di vista psicoterapeutico si può parlare di nuova ipnosi che si fonda proprio su questa concezione naturalistica dello stato di trance, non propone più l’ipnotista come figura autoritaria che applica artificialmente procedure ritualistiche, ma che s’impegna a riconoscere e rispettare le caratteristiche peculiari di ogni soggetto: quest’ultimo esce dal ruolo di passività divenendo il protagonista del processo induttivo.
La trance è una condizione naturale e non un fenomeno straordinario, grazie ad essa è possibile mobilitare e rendere disponibili risorse spesso inaccessibili.
Queste nuove concezioni rappresentano una nuova visione dell’ipnosi che porteranno, grazie all’opera di Milton Erickson ad un nuovo modello psicoterapeutico che prenderà il nome di “nuova ipnosi”.
Anche se alcuni principi fondamentali della “nuova ipnosi” sono emersi sopra è doveroso sintetizzare alcune caratteristiche salienti dell’ipnosi ericksoniana.
Per Erickson era determinante il complesso processo interno che si sviluppava nel soggetto in stato di ipnosi e la necessità di adattare le metodiche induttive alle caratteristiche individuali (tailoring).
Anche Erickson, come Janet, considera la trance come una condizione naturale che si verifica spontaneamente, dunque lo stato ipnotico è considerato diverso dal sonno, anzi strettamente contiguo con la veglia.
Secondo Erickson non sono più indispensabili, per identificare lo stato di trance, i segni di rilassamento fisico e mentale, ma la distinzione tra trance e non trance diviene ancora più sottile ed è valutabile grazie a piccoli dettagli (minimal cues), che l’ipnotista deve riuscire a cogliere.
Nell’ipnosi ericksoniana cambia radicalmente anche il ruolo del’ipnotista, non più legato alla figura carismatica a alla sua autorità, ma diventa cruciale la capacità di restituire al soggetto la sua centralità di protagonista attivo, dotato di potenzialità che il terapeuta ha il dovere di elicitare e rispettare.
Di cruciale importanza allora diviene il “rapport”, la particolare e selettiva relazione terapeutica bilaterale grazie alla quale il soggetto si sente riconosciuto nella sua identità e nelle proprie personali necessità, tanto da abbandonare le resistenze. Proprio alle resistenze viene dato un ruolo fondamentale per il proseguo del lavoro; le resistenze vanno rispettate, accettate, in quanto si tratta di comunicazioni importantissime: così lentamente si arriva all’instaurarsi dell’alleanza terapeutica (working alliance).
Grazie a Erickson si è arrivati a riconoscere che, al di là degli approcci teorici diversi, vale il principio dell’efficacia dell’intervento, riuscendo a piegare le rigide impostazioni della psicoterapia alle reali necessità del soggetto.
Ancora oggi non si comprende a fondo il ruolo fondamentale del reale interesse per il paziente, non solo all’interno del modello ericksoniano; il vero interesse, l’osservazione attenta e partecipe del soggetto e del suo mondo, il rispetto per l’unicità del soggetto fanno dell’ipnosi un modello formidabile per aiutare i pazienti a sbloccare le proprie percezioni rigide e disfunzionali della realtà che li vincolano a reazioni patologiche.


Dott. Mario Talvacchia
Psicologo,Psicoterapeuta,Ipnotista
 

                  

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